Siamo con Gianluca Abbruzzese, founder e CEO di Lascò ed esperto di digital marketing. Seguiamo con attenzione le sue attività e gli abbiamo chiesto, quindi, quest’intervista per parlarci del proprio lavoro e di tutto ciò che riguarda lo scenario che viviamo e in cui operiamo.

Ciao Gianluca, prima di tutto grazie per aver accettato di rilasciarci questa intervista. Ti occupi di innovazione e trasformazione digitale nelle imprese, sei imprenditore, giornalista ed hai appena pubblicato un libro per Dario Flaccovio Editore. Ci racconti brevemente qual è stato il tuo percorso personale?

“Ho iniziato a lavorare molto presto, sia prima che parallelamente al percorso di studi universitari, il che mi ha permesso di crescere attraverso tante esperienze vissute tra Italia ed estero nel campo del digitale. Dopo gli studi ho lavorato come consulente e quindi, a seguire, ho fondato una prima web company nei primi anni del Duemila. Da lì, poi, sono nati tanti progetti sotto forma di piccole imprese e startup: qualcuno è andato male, altri mi accompagnano ancora oggi. Ho ricoperto più ruoli in team e progetti di innovazione: come consulente di pmi, come project manager, startupper ed infine mentor nell’incubatore che ho fondato nel 2014.  Diversi punti di vista, un vantaggio importante oggi, perché mi permette di comprendere, dialogare ed integrare in un progetto, in maniera più organica, le esigenze e le visioni di tutti: il team tecnico, gli imprenditori che rischiano, i partner che si relazionano all’organizzazione.”

Come si sviluppa il tuo lavoro, all’interno di Lascò? Quali sono le principali attività di cui ti occupi e che coordini? Che ruolo ha, per voi, la produzione di contenuti, e quali sono gli obiettivi del modello di informazione di una realtà come la vostra?

“Sono una persona estremamente fortunata perchè in Lascò ho un team di ragazzi molto in gamba che fanno la fortuna dei progetti che mettiamo in campo. A me il compito e la responsabilità, come amministratore e project manager, di far quadrare tutto. Ci occupiamo di trasformazione digitale e gestione dell’innovazione all’interno di corporate e piccole- medie imprese. Per gestire progetti più complessi creiamo una squad dedicata, un team misto nostro (o di una startup) e dell’azienda, di massimo 8 persone, che ci aiuta ad essere agili e flessibili integrando competenze, conoscenze, strumenti e portando al di fuori dell’ordinarietà l’impresa. Parallelamente coltiviamo internamente e investiamo in piccole startup digitali per acquisire nuove conoscenze, tecnologie, ma soprattutto entrare in contatto con persone di talento. Tutto quello che facciamo, insieme alle idee e alle molte esperienze che nascono intorno ai nostri progetti, lo raccontiamo in Filosofia dell’Innovazione: una piattaforma con tool, articoli, contenuti, approfondimenti, dedicata al mondo dell’innovazione attraverso la quale ci confrontiamo ogni giorno con la nostra community sui temi a noi cari.”

Come nasce il progetto ‘La mente che innova’? Perché hai deciso di scriverlo? Con quali obiettivi?

“Molti libri nascono spesso per dare una forma ed un significato ad un percorso personale dell’autore. Così è stato per me. Ho messo insieme le esperienze ed i progetti che ho seguito, i tanti libri studiati e gli innumerevoli confronti con imprenditori, professori, startupper, investitori in un decennio di vita lavorativa. Ne è nata quella che ho definito come ‘la mappa che avrei voluto avere in tasca all’inizio del mio percorso’. La mente che innova è un’opera in tre volumi, una cassetta degli attrezzi, che ha come obiettivo quello di approcciare e gestire l’innovazione da un punto di vista più sistemico, non limitandosi alla visione analitica del prodotto/soluzione su cui si vuole lavorare. Innovazione è creare qualcosa di nuovo e generare un impatto nel sistema in cui si opera o si vuole entrare ma, soprattutto, si traduce nel concreto nel dover affrontare un percorso incerto, problemi aperti, superare i propri schemi e modelli mentali e comportamenti limitanti per adottare e mettere in pratica un nuovo modo di fare le cose. Connettersi – ed integrare persone, conoscenze, relazioni, obiettivi, tecnologie – è la chiave per accrescere le possibilità di successo e ridurre questa complessità.”


la mente che innova
Virtual14. Il libro di Gianluca Abbruzzese.

Nel libro parli di come le nuove tecnologie hanno disegnato nuovi paradigmi e nuovi scenari. Come è cambiato il nostro modo di comunicare, lavorare e interagire? Come si crea valore per clienti e partner?

“Nel libro la tecnologia viene sempre considerata come uno strumento o, meglio, come un fattore abilitante per costruire nuove relazioni. Spesso ci limitiamo ad inquadrare la tecnologia come un fine per accedere a nuove potenzialità, ignorando il fatto che implementare un dispositivo, una piattaforma, uno scambio di informazioni tra oggetti e persone, significa disegnare ed attivare nuove relazioni e connessioni tra esseri umani. Non solo, dunque, una modalità di scambio di informazioni: per creare valore occorre definire come attraverso quel nuovo prodotto, servizio o soluzione innovativa possiamo costruire nuovi significati, migliorare la comunicazione, soddisfare nuovi bisogni, prenderci cura delle esigenze e degli obiettivi di tutte le persone che sono coinvolte nel processo.”

Qual è, a tuo modo di vedere, il mindset che deve avere, oggi, una organizzazione, per portare avanti il proprio business? Come entra in relazione con i propri stakeholder? In che modo, imprenditori e manager, devono pensare, per innovare?

“In molti progetti siamo riusciti a raggiungere gli obiettivi prefissati non perché avevamo individuato la tecnologia giusta ma perché avevamo compreso (nel senso di mettere insieme) come inserire quella tecnologia all’interno di un ecosistema complesso come quello di un’organizzazione fatta di persone che hanno bisogni, obiettivi, dinamiche, meccaniche di relazione, emozioni, problemi, modi di fare, esperienze, visioni complementari e che attribuiscono significati diversi alle cose che impattano nella propria vita. Partire dal sistema operativo di un’organizzazione come la cultura è fondamentale per porre le giuste basi per affrontare le sfide dell’innovazione e del cambiamento. Non l’uomo e il processo bensì l’uomo nel processo. Non ci sono formule, strumenti e metodologie operative universali. Ogni impresa è unica, come è unico il contesto in cui opera. Per questo motivo, la sfida per chi è a capo di un progetto e di un’organizzazione è far suo un nuovo modo di approcciare a questa complessità. Essere agili, costruire nuovi modelli, equilibrare ed integrare gli interessi di tutti, prendere decisioni in condizioni di estrema incertezza, passa per utilizzare strumenti nuovi ma, soprattutto, comprendere i propri limiti e predisporsi ad accogliere, integrare, ‘rendere familiari’ nuove conoscenze, prospettive, linguaggi.”

Le aziende, all’interno dello scenario che descrivi nel libro, si stanno anche trasformando in veri e propri media, organizzandosi come delle evolute redazioni. Media House e nuovi ecosistemi digitali strutturati sulle dinamiche dell’informazione, sfruttando la tecnologia per produrre e diffondere contenuti in format di vario tipo, per intrattenere e intercettare i propri target. Qual è il tuo parere, in tal senso? In che direzione sta andando la comunicazione aziendale? Credi che le aziende possano avere un ruolo informativo, mantenendo intatta trasparenza ed etica?

“Le organizzazioni si stanno sempre più evolvendo, passando da un modello ‘centralizzato’ ad uno distribuito. In questi giorni abbiamo visto come Lenet Group abbia rinnovato il suo modello di business trasformandosi in una ‘famiglia integrata’ di imprese basata su un modello di business omnicanale innovativo. Ogni organizzazione somiglia sempre più ad una rete dove al nodo centrale si collegano altre organizzazioni complementari, team, partner, micro aziende, startup, università, poli di innovazione, partner qualificati. Con la pandemia, inoltre, anche il concetto di sede (headquarter) sembra superato e si va verso un modello organizzativo distribuito su più spazi e luoghi fisici (anche privati dei dipendenti). In questo nuovo contesto, la costruzione dell’identità culturale del Brand non potrà essere affidata più all’infrastruttura fisica, ma sarà sempre più dipendente dalla natura e dalla qualità delle relazioni e delle comunicazioni che si intrecciano tra tutti gli attori (dipendenti, consulenti, fornitori, partner, collaboratori esterni) che la compongono. Costruire una solida identità e progettualità condivisa, che rappresenta l’humus di ogni relazione umana, sarà ancora più importante ed occorrerà gestire con cura ed estrema professionalità la comunicazione interna ed esterna del Brand, sia tra dipendenti e tra partner, che, soprattutto, con la propria community. Diventa fondamentale, pertanto, affidarsi ad una struttura e ad un modello come la media house, dove l’integrazione di competenze tecniche trasversali (giornalisti, grafici, sviluppatori, community manager, social media manager), tecnologie e strumenti sarà l’unico modo per vincere le sfide dell’omnicanalità.”

Ringraziamo Gianluca Abbruzzese per il suo prezioso contributo. Continueremo a seguire i suoi approfondimenti su innovazione e digitale e le attività di Lascò.

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