“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli. La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità.” (Umberto Eco)

L’importanza del senso critico

A pochi giorni dalla sua morte questa affermazione provocatoria è – tra le tante citazioni e i tanti pensieri del grande filosofo e semiologo piemontese – sicuramente la più condivisa sui social network, ma non c’è da meravigliarsene: nel bene e nel male i social “alimentano” sempre se stessi, esaltando chi ne parla, qualsiasi cosa dica. Purchè se ne parli dunque, e purchè si condivida a tutto spiano. E’ davvero paradossale che le dure parole di Eco siano diventate un fenomeno virale, anzi, doppiamente virale in quanto avevano trovato un momento di massima visibilità il giorno stesso in cui erano state pronunciate – in occasione del conferimento a Eco della Laurea Honoris Causa in Cultura e Comunicazione dei Media dell’Università di Torino nel Giugno dello scorso anno – generando le reazioni, spesso indignate, di migliaia di internauti, com’è accaduto, ad esempio, su Twitter. Altri, invece, pur di affrancare se stessi da quella legione di imbecilli di cui parlava Eco, hanno plaudito le parole di condanna e ne hanno fatto il proprio slogan. Molti di questi sono gli stessi che, pur non avendo mai letto un suo libro, si sono affrettati a twittarne o a copiarne in bacheca interi brani.

Il senso critico non è morto

Ma perchè la condanna di Eco nei confronti dei social network è stata così lapidaria? Qual è il senso più profondo delle sue dichiarazioni? Per comprenderlo bisogna ascoltare per intero il suo breve discorso e contestualizzare le sue dichiarazioni.

Nella premessa al suo intervento Eco risponde ad una domanda del pubblico in sala circa il valore di Internet come strumento formativo e informativo dei giovani. “Il grande problema della scuola di oggi è come insegnare a filtrare le informazioni” esordisce Eco, sottolineando la necessità, da parte degli educatori, di insegnare agli studenti a formare ed esercitare un proprio senso critico. Responsabilità degli educatori, in primis, ma anche di tutti quelli che fanno informazione. Perchè è stato necessario che sottolineasse questa necessità? Perchè internet non è il biblico Verbo, non rivela, e non rivelerà mai, nessuna verità assoluta, ma molti arrivano a crederlo. Scripta manent – gli scritti rimangono – solevano dire i latini: ciò che è scritto difficilmente può essere dimenticato o cancellato. In questo senso l’esortazione di Eco risuona anche con una certa urgenza: non c’è bisogno di stilare una lista di tutte le bufale mediatiche diventate dei veri e propri fenomeni virali capaci di orientare l’opinione delle folle.

La missione di editori e giornalisti

Compito più arduo quello degli editori che dovrebbero, secondo Eco, combattere il nemico rappresentato dalla rete dedicando delle pagine all’analisi critica e alla comparazione dei siti web, indicando al pubblico tutte le eventuali mistificazioni. Questo non è stato certo il primo appello di Eco per una stampa responsabile, con un ruolo quasi “eroico” – quello di smascheratrice di inganni – per quanto ingenuo. Ingenuo sì, perchè le parole di Eco, forse, non tenevano conto del fatto che, soprattutto in Italia, la dicotomia giornali/internet non è così netta come si crede: la maggior parte delle notizie rimpallate dal web proviene da fonti “canoniche”: telegiornali, agenzie di stampa, siti ufficiali di grandi testate giornalistiche. Il problema dell’informazione di parte, “pilotata”, edulcorata o abbellita ad arte, è vecchio quanto l’informazione stessa, come ben potrebbe affermare Simone Simonini, personaggio protagonista de “Il Cimitero di Praga”, uno dei tanti libri di Umberto Eco. Al di là della deontologia di settore resta il problema – e anche grave, come sottolinea Eco – rappresentato da Internet stesso. “Oltre cinquanta persone parlano solo i matti” afferma verso la fine del suo intervento: nel “delirio” della folla non ci può essere dialogo costruttivo.

Identikit di un imbecille

Ma chi è l’Imbecille – stavolta la maiuscola è d’obbligo – di cui parla Eco? E’, secondo lo scrittore, quell’utente della rete che non sa distinguere tra una notizia ben articolata, basata su fonti attendibili, e una gonfiata ad arte o inventata di sana pianta. Quando accade questo? Accade ogni qualvolta che un lettore non ha le competenze necessarie per analizzare criticamente una notizia, confrontandola magari con altre sullo stesso argomento, ma presume lo stesso di imporre il suo punto di vista senza alcuna cognizione di causa: è, perciò, “imbecille” l’idraulico che non capisce di medicina e pretende di conoscere la cura definitiva per il cancro, tanto quanto è “imbecille” il medico che di idraulica non capisce un tubo – mi si perdoni la freddura d’epoca – e si mette a pontificare su come progettare un impianto idrico.

“Il diavolo non è così brutto come lo si dipinge…”

… sostiene un antico proverbio che potrebbe adattarsi perfettamente anche a internet. Siamo tutti un po’ imbecilli, e siamo tutti un po’ creduloni: Umberto Eco, da profondo conoscitore dell’animo umano e da grande comunicatore qual era, lo sapeva bene. Come sapeva quanto sia forte il potere delle parole. La perdita più grande, con la sua scomparsa, è più che meramente “culturale”: il mondo perde infatti una delle sue ultime “coscienze”.

Eppure il web, per il lettore dotato di quel senso critico che Eco invocava, può trasformarsi in qualcosa di positivo. Vorrei concludere come ho iniziato e cioè con le parole di Eco stesso, che di Internet non sapeva solo pensare male come molti credono:

“Il fenomeno dei social network è anche positivo, non solo perchè permette alle persone di rimanere in contatto tra loro. Pensiamo solo a quanto accaduto in Cina o in Turchia, dove il grande movimento di protesta contro Erdogan è nato proprio in rete grazie al tam-tam. E qualcuno ha anche detto che, se ci fosse stato Internet ai tempi di Hitler, i campi di sterminio non sarebbero stati possibili perchè le informazioni si sarebbero diffuse viralmente”.


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“L’associazione tra web marketing e giornalismo è sempre più d’attualità. Entrambi si basano sul contenuto e quest’ultimo diventa progressivamente più legato alle dinamiche del web. Con l’avvento dei Social Network sono cambiate le abitudini delle persone. Le fonti per reperire notizie, sempre più spesso, non sono più i canali tradizionali ma le piattaforme di aggregazione digitale, i blog o i gli stessi siti internet aziendali. Inoltre, ogni evento acquisisce eco alimentandosi dagli utenti stessi. Chi diffonde la notizia deve essere semplicemente bravo a canalizzarla nel modo giusto. La rete farà il resto.”


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