Siamo con Tommaso Guadagni, co-founder e CEO di Dalk. Gli abbiamo chiesto quest’intervista per parlarci del proprio lavoro e di tutto ciò che riguarda le evoluzioni dell’informazione e della comunicazione, in rapporto alle nuove opportunità del brand journalism e del data journalism.

Ciao Tommaso, prima di tutto grazie per aver accettato di rilasciarci questa intervista. Ti occupi di comunicazione digitale, qual è stato il tuo percorso personale?

Grazie a voi, è un piacere poter collaborare con Virtual14, un progetto che seguo da molto. Il mio percorso professionale è partito nel 2012 in The Visual Agency, agenzia di Milano specializzata nella visualizzazione dei dati. Per passione, ho sempre seguito molto da vicino il mondo dell’editoria e nel tempo mi sono specializzato in un segmento di giornalismo che utilizza dati e forme visive innovative. Nel 2015 ho fondato un cluster di information designer freelance per lavorare solo con i giornali. Nel 2016 ho lanciato Visualeyed, un magazine digitale per aggregare i migliori contenuti di data&visual journalism internazionale; l’idea era farlo diventare una vetrina per la nostra agenzia che ci consentisse di sperimentare nuove forme. Nel 2018 ho fondato Dalk – Data Talk, un’agenzia focalizzata sul data journalism pensata con una sinergia strategica con The Visual Agency,  per clienti editoriali e aziendali, e ora sono qui.

Sei co-founder e CEO di Dalk, una data driven content agency. Qual è il focus delle vostre attività? Come è strutturato il vostro team? Quali sono le principali attività di cui ti occupi e che coordini?

Il nostro team è stato costruito cercando di rimanere più fedeli possibile all’impostazione delle migliori redazioni del mondo. Un insieme di figure professionali eterogenee in grado di creare contenuti di altissima qualità, evidenziate nella chart esplicativa. Mi occupo principalmente del lato commerciale, della gestione delle relazioni con i clienti, e mi piace partecipare alle riunioni di redazione. I nostri progetti acquisiscono valore quando riusciamo a utilizzare le skill di tutto il team. Inoltre, mi occupo anche di coordinare le risorse interne per valorizzare i progetti.”

Che ruolo ha, per voi, la produzione di contenuti? Quale quello dei dati? Quali sono gli obiettivi del modello di informazione di una realtà come la vostra?

È molto difficile tracciare un confine tra questi temi. I nostri contenuti si basano principalmente su dati open: abbiamo una struttura che è specializzata nella ricerca e nell’analisi dei dati, figure prettamente tecniche che collaborano con i giornalisti per individuare le storie nascoste dietro ai numeri. Questi due aspetti per noi sono assolutamente integrati. L’obiettivo è creare un’informazione basata sui numeri, che utilizzi forme visive e storytelling per essere fruibile a tutti. Il mio parere è che qui in Italia il modello di informazione abbia sempre favorito gli opinionisti, che interpretano dati e storie per raccontarle. Il mondo dei dati è sempre stato un po’ sottovalutato, noi stiamo cercando di metterlo al primo posto con il nostro modello.


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Virtual14. L’organizzazione di Dalk.

Come ho tentato di spiegare nel mio ultimo libro, credo che le aziende possano avere un importante ruolo nel complesso scenario informativo che viviamo, puntando sul brand journalism – con trasparenza ed etica –, colmando i vuoti di fiducia creati da media e politica. Cosa ne pensi? 

Sono pienamente d’accordo. Ho sempre cercato di evitare di associare la mia agenzia al mondo del ‘content marketing’, che trovo ben diverso dal ‘brand journalism’. Le aziende in questo momento hanno un’enorme possibilità a causa del vuoto di informazione digitale creato dai media nell’ultimo decennio. Credo che sia decisamente il futuro della comunicazione.

Sul brand journalism, però, mi sembra esserci ancora grande confusione, soprattutto da parte dei ‘giornalisti tradizionali’, che vedono nuove opportunità per sé stessi senza però comprendere la grande esigenza di evolversi. C’è, inoltre, chi ancora lo definisce come ‘il racconto delle storie del brand’. A mio modo di vedere, invece, è una innovativa strategia di marketing per la quale è necessario un convinto cambio di mindset. Qual è la tua opinione? Cos’è, per te, il brand journalism? 

Il termine ‘brand bournalism’ è di per sè una sorta di ossimoro per il mondo tradizionale. Se ci pensi, mai ci si sarebbe sognati di affiancare queste due parole fino a vent’anni fa. Ora le cose sono cambiate a tal punto che la disintermediazione è concreta, le aziende possono rivolgersi direttamente agli utenti finali, e questo crea una possibilità. Sicuramente il digitale ha giocato un ruolo fondamentale in questa transizione, ma i media non se ne sono resi conto da subito. Per me fare brand journalism significa spendersi su temi di attualità, avere il coraggio di parlare, di usare le competenze interne all’azienda per inserirsi all’interno delle conversazioni globali sui macro-temi attualmente influenti. Il crescente interesse degli utenti e di tutti gli stakeholder sui temi della sostenibilità, ad esempio, rende il brand journalism una pratica molto utile. L’azienda, attraverso le proprie competenze e le persone che la compongono, può effettivamente fare informazione. Ecco, per me fare brand journalism significa essere un’azienda che informa.

Le aziende si stanno trasformando in veri e propri media, organizzandosi come delle redazioni. Media House e nuovi ecosistemi digitali strutturati sulle dinamiche dell’informazione, sfruttando la tecnologia per produrre e diffondere contenuti in format di vario tipo, per intrattenere e intercettare i propri target. Qual è il tuo parere, in tal senso? In che direzione sta andando la comunicazione aziendale? 

Questa è una domanda molto difficile. Diciamo che nel prossimo futuro vedo tre tipi di comunicazione che subiranno un cambio radicale. La pandemia in atto ha cambiato la comunicazione interna delle aziende, ad esempio. L’ha cambiata per sempre, e credo che sarà sempre più importante investirci, per le imprese. I propri colleghi sono gli stakeholder più importanti ma anche i più difficili da coinvolgere. Credo che su questa strada ci sarà moltissimo da lavorare e che sarà il grande tema del 2021. La seconda è la comunicazione di prodotto: anche questa sta cambiando molto velocemente e il focus sulle nuove generazioni deve essere spostato al primo posto. I consumatori di domani, oggi, sono su Twitch, hanno community fortissime e interessi che le aziende faticano ad intercettare. Non sarà semplice, ma sono certo che lo spot televisivo è un modello che sorpasseremo presto, e forse non è nemmeno un gran peccato. Dulcis in fundo, la comunicazione corporate. Dalk opera principalmente su questo tipo di comunicazione, che sta cambiando moltissimo. Tutte le metriche di trust sono cambiate, la sostenibilità, l’innovazione e la diversity sono diventati i temi più importanti per gli stakeholder delle aziende. Visti i temi di grande attualità è normale che le aziende si stiano strutturando con dei modelli più vicini alle redazioni dei giornali che ai classici team di comunicazione aziendale. In certi casi, le aziende, possono raccontare delle storie che i media non troveranno mai. E questo è un grosso vantaggio.

Ringraziamo Tommaso Guadagni per il suo prezioso contributo. Continueremo a seguire le sue attività e quelle di Dalk

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