Siamo con Stefano Marchesi, Football Public Relations Specialist. Seguiamo le sue attività e gli abbiamo chiesto questa intervista per parlarci del suo lavoro e delle evoluzioni della comunicazione e del marketing sportivo.

Ciao Stefano, prima di tutto grazie per aver accettato di rilasciarci questa intervista per Virtual14.com, il Brand Magazine di Fanism, la nostra Digital Media House. Ti occupi di pubbliche relazioni in ambito calcistico di alto livello, con un bagaglio di esperienze differenti tra loro. Come si è sviluppato, nello specifico, il tuo percorso personale?

“Tutto è iniziato nel 2001, quando ho cominciato a lavorare per l’Hellas Verona. Il calcio iniziava ad entrare nell’era di internet, gli aspetti legati alla digitalizzazione delle informazioni rappresentavano un’opportunità per modernizzare alcuni processi interni al club. La collaborazione si è sviluppata attraverso un inserimento nell’area comunicazione, della quale sono diventato direttore qualche anno dopo. Nel 2007 è arrivata la chiamata dell’Udinese, che mi ha permesso di diventare il più giovane responsabile della comunicazione in Serie A a 28 anni. Una sfida importante, oltre che un’esperienza che ha ulteriormente evoluto il mio modo di approcciare la professione. Dopo l’esperienza di Udine ho maturato la consapevolezza che il percorso all’interno dei club aveva i suoi limiti e, nel tempo, ho capito che il futuro era legato alla gestione della comunicazione e dell’immagine dei singoli professionisti, calciatori e allenatori. Tutto è iniziato con Marco Amelia nel 2013, una collaborazione che prosegue ancora oggi. Nel 2018 ho stretto una partnership con P&P Sport Management. Lavorare con Federico Pastorello e suo fratello Andrea è una sfida stimolante. Alzare l’asticella costantemente è il segreto per migliorarsi e innovare il proprio modo di approcciare una professione complessa e di grande responsabilità. Potermi confrontare con alcuni dei migliori professionisti del panorama calcistico mondiale è un sogno diventato realtà grazie alla passione, al sacrificio e alle idee.”

Come si sviluppa il tuo lavoro, attualmente? Quali sono le principali attività di cui ti occupi e che coordini? Come si evolvono in rapporto al digitale? 

La gestione dell’immagine passa attraverso comunicazione, pubbliche relazioni e reputazione. Il monitoraggio dei media internazionali e dei social media in tempo reale, la gestione dei contatti quotidiani con i giornalisti in tutta Europa, la pianificazione di attività in coordinamento con i club di appartenenza di ciascun professionista. E ovviamente il rapporto con gli assistiti, su base quotidiana. Tutte queste attività comportano un investimento di tempo, risorse, relazioni. Un patrimonio costruito negli anni attraverso affidabilità, credibilità e risultati sempre dimostrabili. Il mondo del digital ha velocizzato tutto, aprendo un nuovo fronte sul quale è necessario essere vigili e operativi in tempo reale. Nuove opportunità, è vero, ma anche nuovi rischi verso i quali è necessario tutelarsi e lavorare in prevenzione.”

Come si posiziona il modello di comunicazione di un atleta, in rapporto alla community a cui si rivolge? È corretto sostenere che il primo obiettivo sia creare una relazione coi fan? Quali sono le principali differenze rispetto a quello di un club, e quanto, gli stessi club, influenzano le attività di comunicazione dei singoli giocatori? 

Personalmente ritengo che la ricerca ossessiva della relazione con i fan sia un luogo comune. Un professionista del calcio, in primis, è un protagonista in campo, e la priorità deve essere rispettare il suo ruolo, prepararsi adeguatamente per offrire una performance sportiva di alto livello. Parallelamente ha il dovere di curare le sue relazioni con il mondo esterno in modo da offrire contestualmente un’immagine fedele del suo ambito personale e professionale. Una corretta percezione della sua immagine implica la possibilità di rappresentare un modello positivo che può veicolare messaggi sociali, attrarre i brand e di conseguenza generare un circolo virtuoso, anche in termini economici. È un processo, in cui tutti gli ingranaggi hanno un loro ruolo e una propria dinamica. Ma porre come primo obiettivo la monetizzazione del rapporto con i fan lo trovo qualcosa di estremamente venale. Il profitto deve essere la conseguenza di una gestione virtuosa, non lo scopo principale.”


stefano marchesi
Virtual14. Le considerazioni di Stefano Marchesi.

Alcuni giocatori, oggi, sono brand e media dalla portata globale. Vere e proprie aziende. Di quali professionisti hanno bisogno, dietro le quinte, per generare profitti che vadano oltre il terreno di gioco? 

Più alto è il livello, più articolata è la struttura. Oggi un professionista top level del calcio deve curare in modo maniacale l’aspetto sportivo e quello relazionale. La gestione della carriera sportiva non può prescindere da un agente/procuratore che sia in grado di guidare il suo assistito mettendo al primo posto gli interessi del proprio cliente. Nell’ambito della gestione dell’immagine vale la stessa prerogativa. Il profitto, sia esso derivante dai contratti di natura sportiva o dagli accordi commerciali, non può essere l’unica discriminante quando si fanno delle scelte importanti. Ci sono altri valori e dinamiche che incidono sensibilmente e condizionano una carriera, nel bene e nel male. Per questo, l’abilità di analisi e la capacità decisionale di chi affianca un professionista top level del calcio devono essere molto elevate.”

Lo sport sembra essere avanti a tutte le altre industrie, nel percorso di trasformazione digitale. A che punto siamo, a tuo modo di vedere? Quali sono gli esempi migliori dello scenario internazionale? 

L’avvento del digitale e dei social media ha trasformato ciascun protagonista dello sport in un produttore di contenuti multimediali, in grado di disintermediare i media tradizionali nel rapporto con la platea di massa. Il calcio in questo senso ha amplificato questo effetto poiché rappresenta lo sport con maggiore seguito su scala globale. La velocità con cui questa trasformazione è avvenuta è legata alla capacità di questo sport di coinvolgere profondamente tutti i suoi appassionati. Gli esempi si sprecano, ma ciò che ritengo più importante è evidenziare la necessità di genuinità e spontaneità in questi processi. A volte la ricerca esasperata dei click, dei consensi e dell’engagement genera delle situazioni grottesche che finiscono per ritorcersi contro chi le ha promosse, con danni di immagine e reputazione per club e singoli professionisti.”

I social media giocano un ruolo sempre più importante e rappresentano degli asset strategici fondamentali, abilitando la disintermediazione. Organi di informazione, società sportive, gli stessi atleti (e chiunque altro): tutti media, tutti in competizione per vincere l’attenzione e il tempo delle persone, per generare nuove opportunità da monetizzare. Cosa ne pensi? Come si costruiscono redditizie strategie di fan engagement per un atleta? Quanto, in tal senso, viene sfruttato il digitale? 

“Come ho già detto, ribadisco la mia profonda convinzione: la ricerca spasmodica di attenzione e di consenso genera dei processi che risultano spesso forzati e artefatti. Di conseguenza continuo a preferire un approccio più mirato alla gestione dell’immagine e delle pubbliche relazioni come logica conseguenza di una carriera sportiva di successo. Sempre più spesso, purtroppo, assistiamo alla gestione di personaggi sportivi che, nel tentativo di attirare l’attenzione, si trasformano nella caricatura di sé stessi, andando a svilire e talvolta ridicolizzare la loro credibilità di professionisti, per guadagnare like e ricavi pubblicitari.”

Ultima questione, non meno importante e legata alla stretta attualità: come pensi che lo sport stia affrontando l’emergenza dovuta alla pandemia da COVID-19? In che modo, a tuo avviso, club, leghe e federazioni devono organizzarsi per fronteggiare la perdita di quote di fatturato? Che ruolo potrà avere, in tal senso, il digitale?

“In un mondo di tuttologi e presunti esperti, io ammetto onestamente che questo aspetto non riguarda la mia attività: io mi occupo di creare le condizioni affinché la percezione dell’immagine sia coerente e positiva. Gli aspetti commerciali esulano dalle mie competenze, pertanto lascio volentieri la parola a chi lo fa di mestiere con successo.”

Ringraziamo Stefano Marchesi per il suo prezioso contributo. Continueremo a seguire le sue attività sui suoi canali ufficiali.  

Precedente Alessandro Giagnoli, "Il Foglio basa la sua attività su una forte identità"
Successivo Red Bull Media House, dal brand entertainment alla community per uno stile di vita

Nessun commento

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *