La Libertà che illumina il mondo. Questo il nome completo della statua situata all’entrata del porto, sul fiume Hudson, al centro della baia di Manhattan, sulla rocciosa Liberty Island.

La fonte di questa informazione è semplice quanto efficace, e prevale tra le tante letture fatte in questi giorni per tentare di interpretare, di andare oltre, di pensare. Per capire. Sì, perché dopo quanto accaduto a Capitol Hill, come provo a fare sempre – o quasi, a volte l’istinto ahimè prevale – piuttosto che correre a scrivere, a dare la mia opinione – non richiesta, come quella di molti altri –, ho sfruttato il web per leggere, per comprendere meglio il passato, il retaggio, e i social media per decifrare il presente, attraverso le opinioni della gente. Già, il presente, ovvero quel complesso, pessimo, scenario che ci siamo costruiti con le nostre mani, inneggiando alla tecnologia – alla quale ci siamo venduti e ci vendiamo ogni giorno per manifestare il nostro ego – per poi denigrarla ad ogni occasione, figli di un tempo malato negli esempi e, di conseguenza, nei comportamenti.

I simboli e la comunicazione

Chi, come me, per lavoro si occupa di comunicazione, è chiamato quotidianamente a ragionare per metafore, per segni, per astrazioni, per richiami concettuali. Per simboli, insomma. Nel tentativo di sintetizzare tratti e caratteristiche per rappresentare valori, per catturare l’attenzione. Meno si è espliciti più si è bravi, questo ho sempre pensato. A volte basta una parola per definire brand e persone, in alcuni casi è un’immagine a descrivere un’intera nazione.

Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa – grida essa [la statua] con le silenti labbra –, datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata.

Il sonetto inciso sul piedistallo della Statua della Libertà, icona globale degli Stati Uniti ed emblema del concetto di democrazia – di cui l’America viene universalmente riconosciuta come esempio più grande, per la storia che si ritrova ‘alle spalle’, e che la stessa America prende a modello per raccontare sé stessa come ‘terra di opportunità’ – è stato scritto dalla poetessa statunitense Emma Lazarus, proveniente da una ricca famiglia ebrea sefardita di origine portoghese. Il sonetto non fu ispirato – pare – dal concetto di libertà, ma dalla sua presa di coscienza, “in seguito ad una sua visita coinvolgente nei miseri quartieri di quarantena degli immigrati, in attesa nel porto di New York”. Versi, i suoi, che furono notevolmente enfatizzati dalla stampa, per ‘spingere’ la ripresa della raccolta fondi necessaria a finanziare il completamento dell’opera.

Parole. Media. Soldi. Giornalismo e marketing. Un po’ come succede oggi.


trump ban social
Virtual14. Cosa ci insegna il caso Trump.

Il potere e l’informazione

Ciò che più mi ha intrigato, devo ammetterlo, è che il dibattito sulla presunta censura dei social e sulla libertà d’espressioneriferendomi all’Italia, dove di politici che hanno sostenuto Trump, e che ancora lo sostengono, agiscono oltre i confini dell’anarchia e non entro quelli della democrazia, a mio modo di vedere, ma questo è un altro discorso – venga fatto in un Paese che si ritrova al 41esimo posto per libertà di stampa (l’indagine aggiornata al 2020 è stata realizzata da Reporter Without Borders), nel quale il condizionamento del potere politico ed economico, come rimarca il giornalista Maurizio Pistocchi, pare abbastanza evidente. Un crescendo di post, tweet, articoli moralisti, con sentenze senz’appello da politici e giornalisti. Ovvero la categoria che, durante il corso della storia – scegliendo i frame della realtà da proporre –, ha esercitato la maggior influenza sulle persone. Orientando il pensiero condiviso e facendo opinione. Il caso Trump, mediaticamente parlando, non fa eccezione.

Chi gli ha dato potere, se non i suoi follower? Chi, se non gli stessi media, ne ha amplificato i messaggi estremi per riempire articoli online e pagine di giornale? Assetati di click, vendite ed engagement, facendosi complici della polarizzazione.

La democrazia e la disintermediazione

Scegliere, selezionare. Questi i ‘verbi’ più importanti dei nostri tempi, mai così evidente coi mezzi a disposizione di tutti. Sì, tutti. Perché ognuno di noi può scegliere, selezionare, la propria realtà, costruirsi la propria verità. E la può proporre agli altri. L’unica regola, mi pare evidente, è che non ci siano regole. E, senza entrare nel dibattito su cosa sia giusto o sbagliato, sulle piattaforme, sulla democrazia e tutto il resto – perché a differenza di tanti non ho la soluzione, e fatico pure a farmi un’opinione –, non è difficile sostenere come quello di Trump sia un caso limite per tanti aspetti e che, quindi, farà giurisprudenza, non ci resta da capire come. E chi sarà il giudice.

Il punto è che la disintermediazione non esiste. I social sono nuovi mediatori. Con regole che si fanno in gran parte da soli.

Proprio a proposito di norme e principi, però, ciò su cui mi sembra giusto meditare, piuttosto, per arrivare a delle conclusioni che siano utili, è un tema decisamente centrale che parte da questa riflessione di Federico Ferrazza, che mette un punto su quella che è probabilmente la vera keyword di quest’epoca e che la nostra società non ha ancora imparato a maneggiare: la disintermediazione.

Quella di cui parla il direttore di Wired – il cui pensiero è in parte condivisibile – è definitiva, assoluta. Ma bisogna ragionare e analizzare per livelli:

  • il primo è palese, assolutamente in atto, perché i nuovi media hanno abilitato tutti – singoli e organizzazioni di ogni tipo – a produrre e distribuire contenuti. Che, poi, altro non sono che la propria ‘porzione’ di verità. Per vendersi, per vendere, per il proprio tornaconto, qualsiasi esso sia. I ‘nuovi media’, i mezzi – come detto –, oggi sono nelle mani di chiunque. E, pur essendo ‘nuovi mediatori’, come li definisce giustamente Ferrazza, hanno democratizzato il processo di selezione che prima era esclusivamente nelle mani dei pochi media che esistevano e che, oggi, sono milioni. Miliardi. I giornalisti, così, non sono più filtro esclusivo della realtà, e, da decisori, oggi si ritrovano a reinventare sé stessi – sfumando i contorni stessi della professione – e i modelli;
  • il secondo, che potrebbe essere quello definitivo, può realizzarsi invece strutturando un ecosistema digitale che abbia la sua sublimazione nelle piattaforme proprietarie, dopo aver comunque ‘sfruttato’ i social, però, per farsi conoscere e coltivare relazioni. Ovvero, appunto, per i propri interessi.

Quegli stessi interessi che sottolinea ancora Jeff Jarvis, giornalista americano, professore, oratore e critico televisivo, sostenitore dell’open web e dei benefici sociali e personali di una vita più pubblica su internet, che in un tweet ha evidenziato quanto poco dipenda infatti dalla tecnologia, dagli strumenti, e quanto tutto resti in mano alle persone e nei loro processi di selezione: «Trump non ha manipolato Twitter. Ha manipolato i media tramite Twitter. Ha manipolato il giornalismo tramite Twitter. Fottuta colpa nostra».

Parole. Media. Soldi. Giornalismo e marketing. Un po’ come succedeva ieri.

E allora, come dicono gli ‘esperti’, quelli che campano di slide agli eventi? «Se il servizio è gratis, il prodotto sei tu». Quindi nutile scandalizzarsi, meglio prenderne coscienza: il caos che viviamo è il prodotto delle nostre azioni. La verità non esiste, forse nemmeno la libertà, di sicuro non la giustizia.

Ognuno si fa la sua.

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