"Schettinen"

Così titola il numero de il Giornale pubblicato all’indomani della tragedia dell’aereo della Germanwings precipitato sulle montagne della Provenza, forse – le indagini al momento non sono concluse – per la volontà suicida del co-pilota. Un titolo discutibile che sta già facendo parlare il web. Dalle testate online fino a Twitter su cui si legge: “Il titolo di Sallusti “Schettinen” dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che non meritiamo altro che rimanere italietta”; “Si distingue ed è inqualificabile come sempre Sallusti che oggi titola ‘Schettinen'”; “Lo “Schettinen” del Giornale è il paradigma dell’indecente giornalismo italiano. E dell’ ignoranza linguistica”.

Come si traduce tutto questo in termini economici? Si perché è evidente che non si sta parlando più di fare giornalismo, ma di fare marketing: non titoli di giornali, ma veri e propri slogan pubblicitari. Lo scopo? Vendere più copie possibile. Ma, soprattutto, nell’era digitale, ottenere click.

Purché se ne parli

Purché se ne parli, recita un “imperativo” del nostro tempo. Come gli Headlines di Andy Warhol – dipinti/collage in cui venivano riportati titoli di giornali – il titolo e non la notizia acquista eco e consistenza. Quella passa a margine dell’evento mediatico e, soprattutto, delle vendite.

La concorrenza del web, soprattutto dei social media – la possibilità di pubblicare o tweettare le notizie in tempo reale – obbliga, in un certo senso, gli altri mezzi di comunicazione ad “alzare” la voce per farsi sentire al di sopra di un coro che si fa sempre più affollato. Di qui la nascita di un vero e proprio fenomeno di sciacallaggio mediatico di cui i titoli “ad effetto” come quello de il Giornale sono solo un esempio. Basterà riflettere sugli ormai immancabili “linciaggi” per cui un semplice sospetto subisce una condanna, spesso senza appello, da un tribunale virtuale prima che da uno reale.

La notizia. Quale notizia?

Il compito di chi fa informazione è quello di dare al pubblico notizie. Attenzione “dare” e non crearle o, peggio ancora, specularci su. Quando accade qualcosa di notevole ci sono due modi di riportare l’evento: attenersi ai fatti e cercare di tirar fuori la verità, laddove appare confusa, oppure, al contrario, manipolare la notizia fino a renderla più “vendibile”. Cercare la verità è faticoso e non rende, sembra pensare qualcuno. Altre volte la verità non è abbastanza, la verità deve essere sensazionale per attirare l’attenzione.

Le parole sono strumenti potenti, spesso nelle mani sbagliate: vengono piegate a servire ragioni economiche o politiche o in nome di ripicche e altre bassezze simili. Come si colloca il giornalista in tutto questo? Forse, salvo le dovute eccezioni, non come un professionista dell’informazione ma come un mercenario dall’anima del provetto pubblicitario, in grado di fiutare l’odore del sangue e di offrire al pubblico tutto quello che questo si aspetta…tranne la verità.