Il processo di cambiamento, al quale da anni stiamo assistendo, viene raccontato nei modi più disparati. Eppure, la comunicazione, continua ad essere immagini e parole.

Continuo a pensare che la tecnologia, che pure ci rende potenzialmente tutti media, sia troppo spesso sopravvalutata, in una narrazione fatta soprattutto per scopi commerciali – da chi fa il nostro lavoro – che trascura l’importanza che hanno i veri protagonisti, ovvero le idee e le persone. Infatti, uno dei motivi principali per i quali lo sport – in Italia, per ovvie ragioni, il calcio in particolare – si fa modello per gli altri ecosistemi, è proprio nel legame che la gente ha con la propria passione.

Con la propria squadra, con i propri idoli, con la maglia.

Gradualmente, quindi, le federazioni, i club, gli atleti – e di conseguenza gli sponsor e chiunque altro coltivi interessi a farne parte –, hanno iniziato un’altra competizione, nella quale c’è in palio il loro tempo e la loro attenzione.

Abstract del caso studio Roma, dal libro 'Media House'.

La Roma, il senso d’appartenenza e la magia dell’emozione

Quando ho scritto Media House, per questi motivi – volendo dimostrare l’evoluzione dei modelli di comunicazione e monetizzazione su cui sempre più aziende stanno puntando, rendendosi esempio per tutte le altre –, non potevo non inserire alcuni casi studio della sport industry, anche in considerazione del fatto che ne scrivo da molti anni, avendo rappresentato una costante del mio percorso professionale. E la Roma, col suo Media Center, è stata tra le prime a finire sul mio taccuino:

Un Media Center così non ce l’ha nessuno. Neanche il Manchester. La Roma è la prima squadra di calcio in Italia capace di produrre un qualsiasi tipo di contenuto media.

Con queste parole, Guido Fienga, allora Head of Strategy & Media e attuale CEO, presentava alla stampa e agli sponsor i nuovissimi studi di Trigoria e una piattaforma che aggregava radio, tv e social media, unica nel suo genere. Sottolineando come tutto avvenisse proprio a Trigoria, il centro d’allenamento, con l’obiettivo di catturare le emozioni dei giocatori per trasmetterle ai tifosi, diffondendo notizie sempre più aggiornate con contenuti di ogni tipo, tra cui interviste esclusive, per veicolare il brand Roma. Aggiornare costantemente i tifosi per sviluppare il senso d’appartenza, insomma, legando le persone – in modo viscerale – al proprio ecosistema digitale, fatto di intrattenimento e informazione, per creare nuova visibilità e nuove opportunità da capitalizzare. Un processo sconosciuto fino a non molti anni fa, che oggi diventa centrale e chiave nella vita dei club, alla costante ricerca di nuove fonti di fatturato. Ma come?


roma media center
Virtual14. Il pensiero di Guido Fienga.

Il Roma Media Center e il nuovo business model

Contenuti. Tempo. Visibilità. Business. Con nuovi ‘spazi’ creati anche con la semplice diffusione di una conferenza stampa pre-partita, dell’allenatore di turno, su Facebook. Inquadratura su di lui, che ribatte alle domande dei giornalisti – e che, perché no, potrebbe presto rispondere direttamente a quelle ‘live’ della gente –, con:

  • sponsor wall alle sue spalle;
  • box, a destra, con le notizie sulle attività commerciali della società giallorossa;
  • fascia che scorre, sotto, con news sulla squadra e sul contesto di riferimento, ovvero sulle manifestazioni a cui partecipa il team.

Ma questo è solo uno dei più semplici esempi, che conferma come, per qualsiasi club moderno, una presenza coordinata sulle varie piattaforme possa fare davvero la differenza: Facebook per il coinvolgimento, Twitter per informare e per i live degli eventi, Instagram per i ‘dietro le quinte’, YouTube per i video che, però, la piattaforma di Zuckerberg sta progressivamente inglobando. Un lavoro che rende la Roma una delle migliori media company del panorama sportivo italiano, e che dimostra l’esigenza di una grande organizzazione per la produzione dei contenuti e per la loro distribuzione sulle varie piattaforme – in una strategia omnicanale che arrivi all’ubiquità – che l’azienda sceglie di presidiare. Concetti, questi, che sono stati alla base del lavoro di Paul Rogers, ex Head of Digital and Social Media e successivamente Chief Strategy Officer della Roma, come lui stesso spiegò in un’intervista a thedigitalline.co.uk:

Ho il compito di far sentire vicini i tifosi alla Roma. Stiamo utilizzando le piattaforme digitali per raggiungere e coinvolgere milioni di fan e altri nuovi potenziali in tutto il mondo. Sfruttiamo anche le risorse di ‘Roma Studio’, che comprende il canale telematico e la radio ufficiale. Abbiamo una fantastica squadra di corrispondenti internazionali in tutto il mondo che ci aiutano a localizzare i contenuti del giorno, anche a Il Cairo e a Jakarta. Qualche tempo fa sembrava difficile, per molti tifosi, connettersi e comunicare con club o giocatori. I social hanno cambiato tutto e ora le barriere tra giocatori e tifosi si sono rimosse. È una cosa fantastica.

I social, quindi, che giocano un ruolo sempre più importante e rappresentano asset strategici fondamentali, tra i quali rientrano sempre più le fanbase degli stessi atleti. Con questi ultimi, media a propria volta, che integrano ed amplificano la portata di diffusione delle società e le opzioni di visibilità da monetizzare. Molto più che il calcio, per quella che, nel mindset e nelle intenzioni, deve essere una vera e propria società di intrattenimento, per aumentare il fatturato e consentire alla Roma di colmare il gap con le società più potenti e competere a livello nazionale e internazionale. Grazie ad uno dei più evoluti e strutturati Media Center dello scenario europeo, che, non a caso, ho scelto di descrivere e analizzare, per la missione giallorossa nel mercato globale, facendosi broadcaster.

Perché «ogni club è un media».

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