Siamo con Riccardo Cucchi, giornalista con una lunga carriera nella RAI e scrittore. Gli abbiamo chiesto quest’intervista per parlarci del suo percorso e della sua visione sulle evoluzioni del giornalismo, soprattutto in funzione dei new media.

Salve Riccardo, prima di tutto grazie per aver accettato di rilasciarci questa intervista e complimenti per il suo ultimo libro ‘La partita del secolo’. Virtual14.com è il Brand Magazine di Fanism, la nostra Digital Media House che opera nell’intersezione tra comunicazione, intrattenimento e informazione per un nuovo modello di business che punta a sfruttare la trasformazione digitale interpretando le aziende come nuovi media. Lei è un giornalista con una lunga e bellissima carriera alle spalle, soprattutto in radio, qual è stato il suo percorso personale? Come nasce l’idea di questo libro?

“Le due cose coincidono. Il mio percorso nasce da un sogno: fare il lavoro di Ameri e Martellini. Quella notte del 17 giugno 1970, entrambi erano al microfono, uno in tv e uno alla radio. E grazie alle loro voci ho potuto vivere emozioni indimenticabili. Il sogno di fare il loro lavoro si è realizzato. Ho voluto realizzarne un altro: tornare a raccontare, 50 anni, dopo quella partita. Questa volta sulla pagina, per riviverla e farla vivere a chi magari quel giorno non era ancora nato. Rivedendola centinaia di volte ho scoperto dettagli e curiosità che ci erano sfuggiti. Ho scoperto la storia calcistica ed umana di quei calciatori, italiani e tedeschi. E l’ho raccontata.”

Come si sviluppava il suo lavoro all’interno della redazione della RAI? Quali erano le principali attività di cui si occupava e che coordinava? Come si evolve il modello di informazione di una realtà di questo tipo, e il modo in cui si esercita questa professione, in rapporto al digitale, ai new media ed ai nuovi strumenti di comunicazione?

“Ho percorso tutte le tappe in 40 anni di lavoro in Rai. Dalla formazione, ai primi servizi; dalla cronaca, alla giudiziaria, dalla politica, allo sport. E allo sport sognavo di giungere. Ho lavorato con i maestri: Ameri, Ciotti, Provenzali, Moretti, Giobbe, Bortoluzzi… Ho ‘rubato’ pezzi del loro mestiere. E sono giunto a prendere il loro testimone quando hanno lasciato il microfono. Prima voce di Tutto il calcio ( la trasmissione dei miei sogni di bambino) e della nazionale, (8 olimpiadi, 7 mondiali; decine di scudetti e finali Champions) fino a diventare il responsabile di tutto lo sport di Radio1. Un percorso completo ed esaltante. Nel frattempo il mondo dell’informazione è cambiato, non la sostanza del nostro mestiere che, come diceva Enzo Biagi, è di essere ‘testimoni della realtà’. Un bravo giornalista è tale se è testimone sempre, dunque leale ed affidabile. Che sia alla radio, in tv o sui nuovi media. I linguaggi si imparano. L’essere ‘testimoni’ è un obbligo deontologico.”

I social media giocano un ruolo sempre più importante e rappresentano degli asset strategici fondamentali per qualsiasi azienda, abilitando la disintermediazione. Organi di informazione, società sportive, gli stessi atleti (e chiunque altro): tutti media, tutti in competizione per vincere l’attenzione e il tempo delle persone, per generare nuove opportunità da monetizzare. Cosa ne pensa? Quali sono, in tal senso, le strategie di una testata tanto importante come la RAI? Quale crede possa essere il modello di business dell’informazione del futuro e l’evoluzione del ruolo del giornalista?

“Ormai non lavoro più. Ma negli ultimi anni le mie responsabilità arrivavano anche alla gestione dei social Rai di RADIO1. Ho imparato ad apprezzare questo straordinario e ormai imprescindibile strumento. È una grande opportunità offerta ai giornalisti ed al pubblico. Il giornalista che scelga il social scende dalla sua torre d’avorio, si confronta, accetta il contraddittorio, entra in contatto con il ‘suo’ pubblico. È un bene. Purché il dialogo sia sempre civile e rispettoso da entrambe le parti. Il social è anche fonte di notizie. Anche per questo un giornalista non può rinunciarvi. Intravedo un rischio: la scarsa attenzione alla verifica delle fonti. È esiziale. La notizia è tale solo se è vera. Altrimenti si cade nella propaganda, nella mistificazione, nell’inganno. La libertà di espressione rischia di cedere il passo alla strumentalizzazione. È necessario vigilare ed essere scrupolosi.”


intervista a riccardo cucchi
Virtua14. Riccardo Cucchi e il ruolo del giornalista.

Al giorno d’oggi, sempre più numerosi sono i giornalisti che promuovono le proprie attività e i loro profili professionali sul web e sui social. Crede che queste iniziative debbano continuare a dipendere dalla volontà del singolo oppure che gli editori debbano creare degli ecosistemi digitali che accolgano i propri professionisti in un’unica rete e in una strategia coordinata, per non perdere terreno nei confronti proprio delle aziende, che si stanno strutturando in modo sempre più organizzato?

“È un tema delicato che coinvolge la ‘policy’ delle aziende e insieme la libertà dei giornalisti. Credo sia molto difficile far coabitare le due esigenze in profili ‘unitari’. Qualcuno ci sta provando. Credo che le due strade debbano viaggiare in parallelo. Giusto che le aziende abbiano loro profili tesi a promuovere immagine, business e marketing. In questo senso il contributo del giornalista potrebbe essere un arricchimento. Ma credo sia anche giusto che il professionista sviluppi profili privati tesi alla sua espressione più libera e non condizionata alle strategie della sua azienda.”

Brand Journalism e Brand Entertainment. Le aziende, come abbiamo detto, in primis quelle sportive, si stanno trasformando in veri e propri media, organizzandosi come delle evolute redazioni. Fabio Guadagnini al Milan, la Juventus con l’ecosistema digitale appena annunciato, l’Inter con la Media House, sono esempi italiani di un diverso modo di fare comunicazione, strutturato sulle dinamiche dell’informazione, sfruttando i nuovi strumenti e le nuove tecnologie per diffondere contenuti in format di vario tipo, per intrattenere e intercettare i propri target. Qual è il suo parere, in tal senso? In che direzione si sta andando, a suo modo di vedere? Qual è il ruolo dei media tradizionali, in questo scenario? Crede che le aziende possano avere un ruolo informativo, mantenendo intatta trasparenza ed etica?

“Sono sincero: no. La comunicazione non va confusa con l’informazione. La comunicazione è quell’insieme di attività che servono a promuovere ‘marchi’ sotto molteplici aspetti. La comunicazione è interessata a far passare un’idea, a vendere o a creare consenso. L’informazione deve raccontare la realtà. La comunicazione è strumento dell’informazione: devo sapere come raccontare le cose. Ma non è sostanza dell’informazione. L’informazione ha bisogno di indipendenza e autonomia. Ha bisogno, come dicevamo, di testimoni. I testimoni devono saper comunicare. Ma il contenuto dell’informazione non può essere ‘costruito’ intorno ad un progetto. Deve essere legato esclusivamente alla realtà dei fatti. Oggi come ieri.”

Ringraziamo Riccardo Cucchi per il suo prezioso contributo. Continueremo a seguirlo sui social network e in tutte le sue iniziative editoriali.

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