Il calcio, quello vero, è una questione per tifosi, quelli veri. Quando il calcio fa parlare di se oltre gli spalti dello stadio, oltre i “processi” alla moviola in tv, oltre alle chiacchiere da bar, rischia di farlo perchè sta diventando qualcos’altro. In genere qualcosa di poco piacevole. Che un tempo il nostro fosse il campionato di calcio più bello del mondo è un fatto, che oggi sia l’alter-ego sportivo di un Paese dove si va avanti con i maneggi e i soldi è un altro fatto inconfutabile. Spiace dirlo, ma è così. Gli avvenimenti che hanno fatto da corollario alla partita Torino-Juventus – l’assalto al pullman dei bianconeri e la bomba carta gettata sulla curva dei granata – del 26 aprile sono il termometro di un calcio malato che ha avuto il momento più basso il 3 maggio dello scorso anno, con il ferimento mortale di Ciro Esposito Roma, se ci rifacciamo alla storia più recente. Non episodi isolati, dunque, ma cartine tornasole di un malcontento e di un’esasperazione che rischiano di avvelenare lo sport più amato al mondo. Quali sono i veicoli di questo malcontento? Sicuramente parte della stampa e della condivisione senza controllo sui social media – elementi incontrollabili, questi – ma soprattutto del “sistema” stesso del calcio. Su omertà, favoritismi e risultati decisi a tavolino in favore di certe squadre – una in particolare – si potrebbe parlare per ore: in questo senso il calcio sta diventando lo specchio di quello che, in Italia, succede in politica, solo che il cittadino accetta ciò a cui, invece, il tifoso si ribella.

Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre.

Ha detto Winston Churchill e non ha avuto affatto torto.

 

Al di là dei colori

Un avvenimento come quello del derby della mole avrebbe già fatto parlare l’informazione di settore per i più ovvi motivi, l’attesa prima e la strabiliante vittoria del Toro poi sarebbero stati motivi sufficienti per una giorni di entusiasmanti dibattiti. Non è stato così. Gli onori della cronaca li hanno avuti i 23 ultras coinvolti e gli sfortunati feriti. Tra i tanti articoli scritti quello di Lorenzo Vendemiale per ilfattoquotidiano.it riesce, senza alcuna faziosità, a proporre una riflessione schietta su quanto accaduto, rendendo anche merito al trionfo dei granata:

“Delle reti di Darmian e Quagliarella, eroi granata oscurati dalla violenza, della squadra di Ventura che entra di diritto nella storia del Torino, si può parlare solo il giorno dopo. Anche con un filo d’imbarazzo, nel timore d’esser fuori luogo dopo una domenica da dimenticare. Eppure questi ragazzi, quest’allenatore, questa società lo meriterebbero. Perché battere la Juventus, ad un passo dal quarto scudetto consecutivo, semifinalista di Champions e finalista di Coppa Italia, di questi tempi è un’impresa. Tanto più a Torino, dove il derby sembrava quasi stregato negli ultimi anni. Con la dea Fortuna sempre dalla parte dei più forti e dei più ricchi, mai degli audaci. Come all’andata, con quel gol di Pirlo al 90’ a vanificare la prodezza di Bruno Peres. O nel 2007, con il gol di Trezeguet in dubbio fuorigioco. O nel 2013 e nel 2014, con sconfitte maturate sempre in maniera bruciante, con reti allo scadere oppure irregolari. Stavolta no. Stavolta il palo ha aiutato due volte i granata e il loro portiere Padelli. Ma se l’è meritato il Torino, per come ha giocato ieri e soprattutto negli ultimi due anni.”

 

Il trionfo dei violenti

“La storica vittoria nella stracittadina è la ciliegina sulla torta di due stagioni straordinarie. Questo Toro è secondo solo a quello degli scudetti, all’altezza forse della squadra di Emiliano Mondonico, che sfiorò la Coppa Uefa nel ’92. Il paragone regge perché la formazione di Ventura è riuscita a tornare in Europa, dove non è stata comparsa ma protagonista. E adesso anche a riconquistare il derby, 20 anni e circa 20 giorni dopo l’ultimo successo firmato nel ’95 da Ruggiero Rizzitelli. I meriti di Giampiero Ventura sono enormi e sono doppi, perché in ‘provincia’ ripetersi è ancor più difficile che sorprendere. Tante squadre medio-piccole, nel recente passato, sono sprofondate dopo l’exploit di una stagione. L’Empoli nel 2008, passato dalla Coppa Uefa alla retrocessione, o la Sampdoria nel 2010, dai preliminari di Champions alla Serie B. Non il Toro, testardo e coraggioso. Capace anche di digerire la cessione della coppia d’oro ImmobileCerci, di ripartire con umiltà dal basso per tornare (o meglio restare) in alto. A quota 47 punti, davanti a Inter e Milan, a sole tre lunghezze dal sesto posto. Bissare la qualificazione in Europa è possibile. Ma la prima pagina se la sono presa i violenti, torinisti o juventini poco importa.”

 

Il derby della madonnina: quando il calcio fa bene ma forse è solo un’illusione

“Lo spettacolo di colore e civiltà del derby di Milano aveva illuso: quella è l’eccezione, per il calcio italiano. Siamo tornati subito alla normalità, con un’altra stracittadina e i soliti scontri. Del resto a mille chilometri e due categorie di distanza andava in scena lo stesso identico copione: in Puglia derby fra Martina Franca e Lecce in Lega Pro, disordini in piazza in città, auto vandalizzate, cariche dei poliziotti. La settimana nera del tifo italiano non è mai finita. Poi quando anche i giocatori danno il cattivo esempio (vedi il caso DenisTonelli a Bergamo, con l’attaccante dell’Atalanta che ha rotto il naso negli spogliatoi all’avversario) il quadro è davvero completo. Quasi che per il pallone non ci fosse spazio, a volte, nel nostro calcio. È stato un derby della Mole a due facce, bello e storico sul campo, ordinariamente violento fuori. Peccato che verrà ricordata solo quella più brutta.”