Siamo con Pier Luca Santoro, founder di Datamediahub. Seguiamo con attenzione le sue attività e gli abbiamo chiesto, quindi, quest’intervista per parlarci del proprio lavoro e di tutto ciò che riguarda le evoluzioni dell’informazione e della comunicazione.

Ciao Pier Luca, prima di tutto grazie per aver accettato di rilasciarci questa intervista. Ti occupi di comunicazione digitale, con grande attenzione all’analisi dei dati, qual è stato il tuo percorso personale?

Io ho sempre ‘mangiato’ dati sin da bambino, o quasi. Ricordo ancora quando, nel 1987, come assistant product manager in Star, consumavo rotolini su rotolini della calcolatrice per verificare l’incidenza dei 3×2 alle ‘sette sorelle’ della GDO. Poi mi sono consumato sui vari ‘Nielsen retail’ che le aziende in cui ho lavorato acquistavano. Infine, vendite, previsioni di vendita, piani di marketing e business plan. Insomma, i dati sono sempre stati parte della mia vita professionale.”

Come si sviluppa il tuo lavoro, all’interno di Datamediahub? Quali sono le principali attività di cui ti occupi e che coordini? Che ruolo ha, per voi, la produzione di contenuti, e quali sono gli obiettivi del modello di informazione di una realtà come la vostra?

“Io sono co-fondatore di DataMediaHub, e project manager. Quindi mi occupo del coordinamento del nostro gruppo di lavoro. Mi occupo di marketing, comunicazione e sales intelligence. Noi siamo un gruppo di professionisti, con competenze distinte e complementari. A seconda della natura e dell’entità del progetto interveniamo singolarmente e/o come gruppo di lavoro. La produzione di contenuti che pubblichiamo su DataMediaHub assolve sostanzialmente a tre obiettivi: 1) ‘costringerci’ a mantenerci costantemente aggiornati; 2) creare quello che probabilmente è il più ampio archivio di dati su media e giornalismi in Italia, che è gratuitamente a disposizione di tutti, e dal quale naturalmente anche noi attingiamo quando assolviamo i nostri incarichi professionali; 3) diffondere cultura. Gli obiettivi sono sostanzialmente due. Da un lato, appunto, ‘fare cultura’ e spronare al cambiamento facendo ricerca applicata, tanto che da qualche mese Facebook ha riconosciuto DataMediaHub come ente di ricerca [GRAZIE!], e dunque ci ha accordato l’accesso a CrowdTangle, la piattaforma di analisi di sua proprietà, cui normalmente è consentito l’utilizzo a grandi realtà editoriali e, appunto, ad enti di  ricerca. Dall’altro lato fare inbound marketing al fine di avere incarichi professionali.”


business model
Virtual14. Il pensiero di Pier Luca Santoro.

La gente ha sempre meno fiducia nei media e nella politica, che sembrano più concentrati su clickbaiting e propaganda che su corretta informazione e tutela degli interessi degli elettori. Cosa ne pensi? Da dove nasce questa situazione? Quali gli scenari a medio e lungo termine? Esiste un modello di business credibile per il giornalismo?

Gli scenari a medio-lungo termine, stando anche alle previsioni di PWC, non sono per niente confortanti. Il modello di business esiste, ma non è più univoco, uguale per tutti. Ciascun publisher deve ricercare il proprio. Il problema è che gli editori di quotidiani da un lato, sino ad oggi, hanno [di]mostrato una forte resistenza al cambiamento e, dall’altro lato, non sono strutturati, sia sotto il profilo organizzativo che in termini di approccio ‘culturale’, come aziende.”

Fact checking, effetto framing, newsjacking. Di recente è stata creata una (tra le tante) task force per combattere le fake news. Un tentativo piuttosto inutile. Come credi, invece, le si possa realmente combattere, ammesso che sia possibile?

Le fake news sono esse stesse una fake news. La loro incidenza è di gran lunga inferiore a quello che i mainstream media, pour couse, raccontano, come del resto testimoniano i dati di AGCOM. Tutto ciò premesso, per contrastarne la diffusione ci sono solo e soltanto due strade. Da un lato coinvolgere gli OTT, e Google in particolare, affinché i ‘siti di bufale’ non guadagnino dalla pubblicità. Dall’altro lato creare cultura, in tal senso, nelle persone.”

Altro concetto molto attuale è quello di polarizzazione. Quanto contribuiscono, e in che modo, le persone, alla confusione mediatica che viviamo? Si può sostenere, a tuo modo di vedere, che la realtà ha sempre meno valore, a vantaggio della percezione che si riesce a generare con la narrazione?

Io non credo che vi sia maggior polarizzazione. Sono cresciuto adolescente nella Milano degli anni 70/80. Se penso alle contrapposizioni politiche di allora quelle di oggi mi sembrano ‘acqua fresca’.”

Le aziende si stanno trasformando in veri e propri media, per generare contenuti da diffondere sfruttando le nuove tecnologie, organizzandosi come delle redazioni, come ho analizzato nel mio ultimo libro. Media House e nuovi ecosistemi digitali strutturati sulle dinamiche dell’informazione, sfruttando la tecnologia per produrre e diffondere contenuti in format di vario tipo, per intrattenere e intercettare i propri target. Qual è il tuo parere, in tal senso? In che direzione sta andando la comunicazione aziendale? Credi che le aziende possano avere un ruolo informativo, mantenendo intatta trasparenza ed etica?

Credo che le aziende non abbiano altra scelta se non quella di costruire e distribuire contenuti che attirino a loro il pubblico di loro interesse. Ad oggi si tratta però di un fenomeno del quale, come altri, si parla molto, ma in realtà resta appannaggio di poche, grandi, imprese del nostro Paese. Il percorso è ancora lungo, e pieno di ostacoli. La trasparenza e l’etica sono fondamentali per ogni brand, per ogni azienda, ente o organizzazione, per tutelare la propria reputazione. Valore che oggi sta assumendo un’importanza per certi versi superiore al denaro. Il problema è che anche in questo caso il percorso è lungo, e pieno di ostacoli. Bisogna intervenire sulla cultura manageriale, che nella maggior parte dei casi ancora non ha effettuato realmente questo passaggio.”

Ringraziamo Pier Luca Santoro per il suo prezioso contributo. Continueremo a seguire i suoi approfondimenti sui social media.

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