Siamo con Paolo Condò, giornalista di Repubblica, volto noto di Sky Sport e scrittore, che proprio di recente ha pubblicato il suo nuovo libro dal titolo ‘PORTE APERTE’. Seguiamo con attenzione le sue attività e gli abbiamo chiesto, quindi, quest’intervista per parlarci del proprio lavoro e della sua visione sulle evoluzioni della comunicazione e del giornalismo, soprattutto in funzione dei new media.

Salve Paolo, prima di tutto grazie per aver accettato di rilasciarci questa intervista per Virtual14.com, il Brand Magazine di Fanism, la nostra Digital Media House. Lei è un giornalista affermato, ci racconta brevemente qual è stato il suo percorso personale?

“Il mio percorso è iniziato tanto tempo fa, alla fine degli anni ’70. Avevo appena dato la maturità e volevo fare il giornalista. Io sono di Trieste e mi sono presentato ad un settimanale locale che si chiamava ‘Trieste Sport’, chiedendo se potevo collaborare. All’epoca, visto che pagavano poco o niente, era anche molto semplice iniziare, e loro mi mandarono a vedere delle partite di calcio di seconda categoria. Lo facevo con grande impegno, tutto si svolgeva a Trieste o intorno a Trieste. Ricordo che spesso, la mattina, andavo a scoprire dove fosse il campo dove sarei dovuto andare, per poi arrivarci a colpo sicuro nel pomeriggio. Insomma, tentavo di farlo in modo molto professionale già in quel momento. Dopo aver scritto un po’ di articoli su questo settimanale, poi, mi sono presentato a ‘Il Piccolo’ di Trieste facendo vedere cosa avevo fatto e chiededo di poter collaborare. All’inizio mi dicevano che c’era poco spazio, ma mi presero. Facevo lo stesso tipo di articolo, ma tutto usciva sul giornale locale con altra visibilità. Da lì è stato un concatenarsi di eventi. Ricordo che i collaboratori erano tanti e distinguersi scrivendo 10 righe era complicato, così mi venne un’idea: in redazione c’era un enorme armadio con tutte le foto degli eventi locali e nazionali, e mi proposi per metterlo in ordine. Me ne occupai facendolo bene e facendolo durare molto tempo, così la mia presenza cominciò a diventare un fatto normale. A quel punto, quando c’era l’esigenza di scrivere qualcosa che mancava, era naturale chiedessero a me di fare il pezzo. In questo modo sono diventato il primo dei collaboratori e, quando si è presentata l’esigenza di assumere qualcuno, assunsero me.”

Come si sviluppa il suo lavoro nelle collaborazioni con Sky, Repubblica e con le altre testate che hanno la fortuna di vantare la sua firma? Come si evolve il modo in cui esercita la sua professione, in rapporto al digitale, ai new media ed ai nuovi strumenti di comunicazione?

La cosa fondamentale è essere sempre molto aggiornati, in funzione dei nuovi mezzi, ma senza diventarne prigionieri. Ricordo che, all’inizio, molti colleghi rigettavano l’idea di utilizzare Twitter o quella di scrivere per il digitale. Io, invece, già qualche anno fa mi sono reso disponibile a farlo e continuo a tentare di restare al passo. Non so, per esempio, quanti dei miei colleghi sappiano cos’è Twitch, mentre io ho anche fatto una partita a Fortnite con Pow3r, uno dei grandi campioni. Ovviamente, il fatto di avere figli che ci giocano mi aiuta, perché mi rendono partecipe delle novità. Poi, quando scopri che Twitch l’ha comprato Amazon, capisci che stiamo parlando di un gioco ben più grande.”

I social media giocano un ruolo sempre più importante e, nella gara dell’attenzione, diventano asset strategici per chiunque, abilitando la disintermediazione. Allo stesso tempo, però, sono anche veicolo di disinformazione. La recente pandemia sembra aver spiegato al meglio il concetto di infodemia, un sovraccarico di informazioni nel quale è difficile comprendere cosa è reale e cosa non lo è. Qual è il suo parere?

“In questo caso specifico, credo che l’unico suggerimento possibile sia quello di fare riferimento a dati certi. Io, in tal senso, guardo solo quelli relativi ai deceduti e alle terapie intensive. Per il resto – restando sempre nel caso specifico in riferimento a numero di contagi e tamponi – tutto è interpretabile. Quindi la strada parlando in questo caso in generale è quella di affidarsi a fatti che fotografano con certezza la realtà.”


informazione digitale
Virtual14. Le riflessioni di Paolo Condò.

Fact checking, effetto framing, newsjacking. La gente ha sempre meno fiducia nei media e nella politica, che sembrano più concentrati su clickbaiting e propaganda che su corretta informazione e tutela degli interessi degli elettori. Cosa ne pensa? Esiste un modello di business credibile per il giornalismo? Crede sia possibile combattere le fake news? Se sì, come?

“Da tempo non faccio più differenza tra giornali digitali e di carta. Anzi, la carta non esite già più da molto, a casa mia. Ovviamente non leggo solo siti, ma per Repubblica, Gazzetta e Corriere ho lo ‘sfogliatore’, provando l’esperienza di leggere i giornali, ma online. Con il recente passaggio a Repubblica, ho avuto conferma che è il quotidiano più evoluto, in Italia, a livello digitale. Prova ne è, per esempio, il fatto che il pezzo che consegno quotidianamente che sarà sul giornale il giorno dopo , è già presente la sera coperto da paywall, leggibile per chi è abbonato.”

Brand Journalism e Brand Entertainment. Le aziende, come abbiamo detto, in primis quelle sportive, si stanno trasformando in veri e propri media, per generare contenuti da diffondere sfruttando le nuove tecnologie, organizzandosi come delle redazioni. L’Inter con la Media House, la Juventus col nuovo ecosistema digitale da poco annunciato, sono solo alcuni degli esempi italiani e internazionali di un nuovo modo di fare comunicazione, strutturato sulle dinamiche dell’informazione, per intrattenere e intercettare i propri target. Un lavoro straordinario, come ho analizzato nel mio ultimo libro (uscendo dall’ecosistema sportivo), è quello di Eni. Qual è il suo parere, in tal senso? In che direzione si sta andando, a suo modo di vedere? Qual è il ruolo dei media tradizionali, in questo scenario? Crede che le aziende possano avere un ruolo informativo, mantenendo intatta trasparenza ed etica?

“Dipende dal tipo di azienda e di business. In ogni caso, credo che l’informazione generalista dovrebbe garantire una indipendenza. Per parte della mia vita ho lavorato per RCS, e oggi per gruppo GEDI, così ho praticamente lavorato per la FIAT, e so che se esce una nuova auto è impossibile leggere sui quotidiani che fa schifo. Quindi bisogna sempre tenere ben presente per chi lavori. Allo stesso modo, se vuoi sapere cosa succede al Torino, non lo leggi sui giornali di Cairo. Tutto dipende dagli interessi degli editori, di conseguenza già si sa cosa non si può pretendere da un determinato editore. Diverso è il caso di Eni, che tu mi citi, il cui lavoro di produzione di contenuti può essere utilissimo per tutti gli specialisti dell’energia e per tutti i soggetti coinvolti in tutto ciò che ad essa ruota intorno. Perché, per il proprio lavoro, l’azienda ne sa di sicuro più di chiunque altro. Allo stesso modo, non credo Eni pubblichi notizie che possano danneggiarla.”

Ringraziamo Paolo Condò per il suo prezioso contributo. Continueremo a seguirlo sui social network, su Sky e sulle testate per le quali scrive.

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