Fine campionato. Per qualcuno tempo di festeggiare, per molti tempo di leccarsi le ferite e fare il bilancio dell’attivo e del passivo. Il calcio, si sa, è, per gli italiani, argomento di un dibattito appassionante e mai concluso, ma per un napoletano è argomento di Fede, quella con la “f” maiuscola. Ma la Fede, spesso, è avvelenata dai “dogmi”: certezze indimostrabili che diventano ai nostri occhi verità assolute. E il dubbio?

“Il dubbio è profondamente appassionante” ha detto una volta Oscar Wilde, e noi potremmo aggiungere che, per quanto scomodo, il dubbio è l’unica cosa che può salvarci dal ridicolo delle certezze. Sicuramente è con questa passione che scrive Michele Bosco, napoletano e autore della lucida analisi “Il Napoli e i napoletani. Tifosi d’amore. Tifosi di libertà“. Un’analisi che non parte e non arriva a nessuna certezza pietrificante perchè il suo scopo è mettere in discussione proprio i punti di vista preconcetti che tanti tifosi – e spesso anche molti giornalisti del settore – continuano a ripetere senza dar spazio ad alcun dubbio. Quella di Michele è una serie di interrogativi – dalla società alla squadra, passando per l’allenatore – che fanno riflettere su una questione che sembra semplice, ma semplice non è, mentre le risposte sono tutt’altro che scontate. Nell’epoca in cui i social network amplificano e “impongono” non solo le notizie ma anche i punti di vista è necessario, più che mai, rivalutare certe nostre certezze: potremmo scoprire che sono meno solide di quanto crediamo.

Un dialogo senza voce

“Ho perso le parole” diceva una vecchia canzone di Ligabue: a quanto pare anche i rappresentati della Società Calcio Napoli. L’analisi di Michele Bosco punta subito il dito su un problema macroscopico quanto invisibile – a quanto pare – a chi di dovere: l’inadeguatezza del Napoli a sostenere un dialogo aperto e non unilaterale con tifosi e giornalisti:

La comunicazione. Il dialogo coi tifosi. Il rapporto con i media. Nell’epoca in cui i social network stanno cambiando il mondo, nell’era della conversazione costante tra tutti e su tutto, il Napoli pare obsoleto. O, forse, dispotico. Perché? Perché, soprattutto quando le cose vanno male, si tronca di netto il dialogo? Come mai si litiga con Sky, si ricorre al silenzio stampa e si mettono paletti alle conferenze che tutto sembrano, tranne che espressione della libertà d’informazione?

Della serie, “io parlo, tu ascolti e riporti”. Punto. Le critiche? “Ce ne possiamo anche fregare”, in fin dei conti “voi che avete vinto mai”?

Il primo passo verso l’onestà intellettuale è sicuramente ammettere i propri errori, discuterli e trarne insegnamento. Il Napoli è davvero pronto a crescere in questo senso? Al momento sembra di no ed è forse questa mentalità che in parte impedisce alla Società di crescere in tutti i sensi.

Rafa Benitez e la rivoluzione culturale

L’ex, discutissimo, allenatore del Napoli ha lasciato dietro di se rimpianti e polemiche. Ma cos’ha rappresentato davvero per il Napoli la scelta del tecnico madrileno? Con alle spalle grandi vittorie – la Coppa Italia e la Supercoppa – e tonfi colossali, è difficile trovare un punto di equilibrio tra pro e contro. Soprattutto è difficile trascurare, nel marasma delle discussioni, il ruolo di Rafael Benitez:

Rafa Benìtez ha rappresentato un punto di rottura. Non per quello che è riuscito o meno a fare quanto, piuttosto, per quello che ha rappresentato: uno step culturale. Probabilmente un’illusione. È nota la recente divisione dei tifosi azzurri in rafaeliti e non. I primi, fedeli al tecnico spagnolo tutt’oggi che rappresenta già il passato, sono ormai convinti che il problema del Napoli sia De Laurentiis e una squadra non all’altezza. I suoi detrattori, invece, sono certi che le responsabilità siano tutte sue. La cosa si sta ripetendo col neo arrivato Sarri: tanti sicuri che sia “l’uomo giusto per noi”, altri esattamente del contrario. Anche qui, onestamente, io ho poche certezze.

E un errore di valutazione? “Ci può stare” anche quello, e la conclusione è che non è tutto oro quello che luccica, anche la cultura:

Le domande. I dubbi. Gli interrogativi inevasi.  Ma siamo proprio sicuri che una società “organizzata” in questo modo sia quella giusta per un tecnico come Benìtez? È possibile che il presidente, dopo la “fuga” di Mazzarri, volesse solo un nome da dare in pasto alla piazza illudendola di una crescita in realtà solo fittizia e legata ad introiti momentanei?

E ancora: è valutabile l’ipotesi che l’anno scorso ADL non avesse considerato la Roma di Garcìa, fidandosi del tecnico spagnolo, dando per scontato “almeno” il secondo posto in un campionato tanto mediocre, e rimanendo sorpreso e spiazzato dal terzo poi effettivamente raggiunto? E’ possibile che il campionato appena concluso sia una logica conseguenza di quello precedente e della notte di Bilbao? Allo stesso tempo, il tecnico è così immune da colpe? Visto “il mare” che c’è stato tra il dire e il fare dei proclami presidenziali, non avrebbe fatto bene a mettere in soffitta un sistema di gioco non adatto agli uomini a disposizione? Che sia un uomo di cultura abbondantemente sopra lo standard del napoletano medio è assodato. Ma poi, alla fine, era con la cultura che dovevamo vincere le partite?

Più forti o più deboli?

“Meglio la fine di una cosa che il suo principio” ebbe a scrivere il saggio re Salomone per ricordare che bisogna valutare un avvenimento quando si è concluso e non prima che avvenga. A quanto pare, però, le certezze a priori sono molto più seducenti, anche se “letali” a lungo andare: l’incapacità di deviare dai binari della propria opinione non può che condurre sulla sterile strada della discussione senza costrutto:

A fine mercato le teorie erano varie. Due, però, i “filoni” principali: quelli che ci siamo rafforzati e quelli che ci siamo indeboliti. Sui social nascevano e sono continuati tutto l’anno dibattiti e veri e propri scontri dialettici. Ciò che ho notato in questi mesi, comunque, è che la strada presa ad agosto è stata percorsa dai diretti interessati fino a fine anno. Nessun ripensamento. Niente compromessi. Bianco, oppure nero.Eppure i risultati degli azzurri sono stati un bel po’ altalenanti, siamo passati da buonissime partite a clamorose debàcle. Ma tutti fedeli al proprio credo: pronti ad azzuffarsi in nome della propria teoria. Non è più, ormai, analizzare le partite. Quanto “ho ragione io”Il calcio come vanità. Puro egocentrismo. Come i social, del resto. 

La fede e la libertà

Puntare su Koulibaly è stata la scelta giusta? La squadra è cresciuta perdendo Reina a favore di RafaelAndujar? E la questione Britos? Tanti punti interrogativi per un invito al dubbio e al pensiero libero come scappatoia dal caos in questo articolo che invito a leggere per intero: forse potremo imparare ad essere tifosi di libertà, prima che d’amore.