Mancanza di fact checking, effetto framing, newsjacking. Le persone hanno sempre meno fiducia nei media e nella politica, che sembrano più concentrati su clickbaiting e propaganda che su corretta informazione e tutela degli interessi degli elettori.

E la recente pandemia – mentre politici, economisti e giornalisti iniziavano una guerra mediatica a colpi di post, tweet, articoli, video e qualsiasi altro tipo di contenuto – ci ha insegnato l’infodemia, che potremmo definire come una sorta di ‘virus mediatico globale’ che, a differenza di quello che sta combattendo tutto il mondo, non attacca i polmoni compromettendo la respirazione, ma la nostra percezione.


matteo flora
Virtual14. Matteo Flora, le fake news e la propaganda.

Ma quali sono i suoi ‘sintomi’, usando una terminologia ormai (purtroppo) familiare a tutti noi? Dall’auto-polarizzazione alla perdita di fiducia negli organi di informazione, fino all’elaborazione di una propria realtà, nel mio libro ‘Media House’ ho citato Matteo FloraProfessore in Corporate Reputation e Founder di TheFool, Società Leader di Reputazione Digitale – per analizzare un digital virus che sembra aver completato un altro spillover, portando a termine la trasformazione dell’uomo da essere reale a essere virtuale, in una fake life vissuta in condizioni che, in molti, scatena la folle necessità di sovraesposizione. In un contesto che distrugge l’informazione ma che crea, al contempo, nuove opportunità di comunicazione per le imprese.

Le persone hanno sempre meno fiducia negli organi di informazione perché questi ultimi si sono polarizzati. In un mondo con informazioni sovrabbondanti finiamo col cercare proprio quelle che più si polarizzano, cioè quelle più estreme, finendo col selezionare sempre e solo quelle, senza osservare il resto. Un’informazione equidistante è fondamentale, eppure non viene percepita come importante. Le persone continuano a scegliere quella più esasperata. Le polarizzazioni saranno sempre più attrattive, questo significa che nel MERCATO DELL’ATTENZIONE i giornali, i media in genere, finiscono col proporre versioni sempre più estreme e clickbait. Proprio per non perdere l’attenzione. Spesso l’informazione reale, sotto questo tipo di contenuti, non c’è, e la polarizzazione è quella che dà più ritorno economico. Insomma, a prescindere da come si muovono media e politica, il punto è che le persone scelgono quasi sempre messaggi fortemente tipizzati, quindi si potrebbe dire che è la stessa attenzione che influenza il tipo di contenuto che si produce.

Questo uno dei concetti chiave espressi da Matteo Flora in una splendida intervista che ci ha concesso e che pubblicheremo nei prossimi giorni, in cui abbiamo parlato del suo lavoro e dello scenario in cui tutti noi operiamo, nel quale la realtà oggettiva sembra avere sempre meno valore, a favore di quella che ognuno di noi, a seconda della fazione a cui decide di appartenere, crea per sé, alimentandosi di contenuti che – tra ricerche online e algoritmi – finiscono con l’essere sempre più polarizzati, in un circolo vizioso dal quale si fa fatica ad uscire una volta entrati.

Come combattere le fake news, quindi, ammesso che sia possibile? Come ristrutturare il business model del giornalismo? Quale ruolo possono avere le aziende nel contesto informativo, senza prescindere da etica e trasparenza? Di questo e molto altro ho scritto in ‘Media House’, edito da Dario Flaccovio, analizzando la crisi di un settore industriale che si inserisce nella crisi economica globale, e che si può affrontare solo con un nuovo modo di pensare e con un deciso cambio di sistema.

Perché «ogni azienda è un media».

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