Nello scenario mediatico attuale, nel quale l’informazione convive con l’opinione, la narrazione e la comunicazione, per catturare l’attenzione si cerca il racconto.

Il grande problema, però, è che non si raccontano solo storie, reali o meno che siano, quanto il fatto che ad essere inventate – non sempre ma incessantemente –, siano le notizie, con tutto ciò che comporta per la credibilità del sistema informativo, per la figura del cronista e per la percezione condivisa della gente.

Che poi, uno dei paradossi più evidenti, sta proprio nel fatto che essere presenti nelle piazze virtuali è diventata per i ‘giornalisti’ un’esigenza, per crearsi quel seguito necessario a diventare appetibili per media e testate – per come li abbiamo intesi fino al recente passato –, ossia per quelli che hanno un brand ancora abbastanza forte e una reputazione ancora tale da esistere in un mondo nel quale, la parola media, ha acquisito un significato completamente differente da quello che le era attribuito fino a qualche tempo fa, svuotandosi quasi totalmente della competenza, del ruolo, per cui i media esistevano: essere il mezzo, fare da tramite, tra i fatti e le persone.

Ovvero informare, fornire le notizie, portare a conoscenza, mettere al corrente, senza mai trascurare la realtà.


brand journalism
Virtual14. Le parole di Marco Bardazzi.

E se le dinamiche dell’informazione, evidenziate in questo modo, sono ormai basate su un modello di business inesistente che si regge su clickbaiting e fake news – in nome di visite e di ogni tipo di visualizzazione –, la politica ha contribuito in tutte le sue componenti, strumentalizzando qualsiasi questione per sollecitare le proprie convinzioni, con una propaganda il cui unico obiettivo è l’acquisizione del potere. Come successo, inutile dirlo, anche durante la fase più acuta (e non solo) dell’emergenza legata al coronavirus.

La pandemia ha trovato i quotidiani indeboliti, senza difese immunitarie, stremati da 10 anni di crisi. Non c’è vaccino, è ora di costruire un modello nuovo per le news.

In un suo recente approfondimento è stato Marco Bardazzi, nato giornalista, ora anche docente, manager e per molti anni direttore della comunicazione di Eni (al suo posto, dopo di lui, Erika Mandraffino), a sviscerare il tema dalla sua visuale, che è molto vicina al punto di vista ibrido che ho tentato di sintetizzare nel mio libro ‘Media House’ e che risulta essere fondamentale per affrontare il futuro. E allora quale evoluzione per l’informazione? Quali i modelli di business plausibili per il giornalismo? Non è un caso, probabilmente, che proprio quello di Eni sia uno dei casi di maggior successo di brand journalism. «Si è disposti a pagare un’esperienza, non una notizia» scrive anche Bardazzi, sottolineando, insieme ad altri punti basilari, il mindset che deve avere, oggi, chiunque sia chiamato a produrre contenuti, che si tratti di farlo per un brand o per un newsbrand. E non è un caso, certamente, che l’azienda del ‘cane a sei zampe’ abbia appena lanciato Eni Media House proprio in quest’ottica, aprendomi le porte di una struttura che ho illustrato in tutte le sue componenti e in tutti i suoi processi, nel mio nuovo libro, edito da Dario Flaccovio, nel quale ho provato a spiegare come, nei vuoti che si stanno aprendo all’interno del sistema informativo, si possano inserire le imprese, con etica e trasparenza, per fare informazione verticale e rendersi punti di riferimento nei propri ecosistemi, per creare nuove occasioni commerciali.

Perché «ogni azienda è un media».

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