Marco Azzi, “Mai prendersi troppo sul serio: i protagonisti sono quelli di cui scriviamo”


La Repubblica
Virtual14. Il noto giornalista de La Repubblica, Marco Azzi.

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Marco Azzi, noto giornalista de La Repubblica.

Lo seguiamo da tempo, sia sulla carta stampata che sul web. Gli abbiamo chiesto questa “chiacchierata” per approfondire, insieme a lui, tematiche relative alla comunicazione ed all’evoluzione del lavoro del giornalista.

Salve Marco, prima di tutto grazie per aver accettato di rilasciarci questa intervista. Come sa, Virtual14 si occupa di comunicazione (soprattutto online) e il nostro sito, virtual14.com, è strutturato come un magazine che mette al centro delle proprie attività approfondimenti, informazioni, casi studio e tutto quanto sia inerente questo settore, proponendosi di fare brand journalism per sè e per i propri clienti. Lei è un giornalista molto affermato, qual è stato il suo percorso professionale, in tal senso?

Tantissima gavetta, all’inizio: non sono passato dalle scuole specializzate di giornalismo, ma ho “rubato” giorno dopo giorno il mestiere ai colleghi più esperti, facendo sempre attenzione a stare al mio posto e senza avere tanta fretta di bruciare le tappe. Credo che l’umiltà sia fondamentale per crescere, in ogni professione. Nella nostra in modo particolare, perché può darti notorietà. Mai prendersi troppo sul serio: i protagonisti sono altri, quelli di cui scriviamo e che intervistiamo.

Cosa pensa dei nuovi mezzi di comunicazione, social soprattutto, e come crede abbiano cambiato le abitudini delle persone?

Tanto e bene. L’immediatezza dell’informazione ci ha cambiato la vita e i social (in particolare Twitter) viaggiano a una velocità superiore perfino a quella dei siti internet e delle tv. Il rischio, per chi fa il giornalista, è non avere il tempo necessario per verificare bene le notizie.

Come crede, invece, i canali social incidano giorno per giorno nelle dinamiche relative al lavoro del giornalista? Sembra che i nuovi media abbiano azzerato le distanze tra “evento” e pubblico che, con questi “mezzi” può dire la propria su ogni accadimento e contraddire/controbattere in tempo reale chi, per professione, è chiamato a raccontare i fatti. Qual è la sua opinione?

Troppa fretta, poco approfondimento. Ma i canali social rischiano soprattutto di impoverire la professione, se maneggiati con superficialità. Non basta assistere a un evento, scattare o taggare una foto, per diventare automaticamente dei giornalisti. C’è un codice etico e deontologico che viene troppo spesso ignorato, anche perché c’è troppa deregulation.

Oggi come oggi ci sono persone che hanno un seguito così vasto da diventare esse stesse veri e propri brand. Ha mai sentito parlare di Personal Branding?

Non giudico, ma la sovraesposizione non mi piace. Il nostro mestiere è raccontare, non raccontarci.

Come promuove la sua attività lavorativa e la sua immagine di professionista?

Con la serietà e l’equilibrio, o almeno ci provo. Di solito pagano, non mi dispiace essere meno popolare di altri colleghi: anzi…

In che modo si approccia al suo network? Ha un sito internet personale?

No, non lo ho, per i motivi di cui sopra. Ma su internet ci passo lo stesso tutta la giornata. Da lettore soprattutto, da attore solo quando serve.


marco azzi
Virtual14. Repubblica.it.

Lei è un giornalista de La Repubblica, realtà seguitissima. Come gestite la comunicazione aziendale?

Repubblica è stato il primo dei grandi giornali a intuire le potenzialità di internet, seminando bene con Kataweb. Oggi Repubblica.it è il sito di informazione più seguito. E cresce di giorno in giorno.

All’interno del vostro staff ci sono tecnici che si occupano di web e marketing? In che modo vengono pianificate le attività sui social network?

Ci sono dei blog specializzati e molto seguiti, ma gestiti con la massima indipendenza. Chi li apre, lo fa per libera scelta. E magari perché si diverte.

Si può definire un “profilo attivo” sui new media anche a livello personale?

Lo sto diventando. I social permettono di interagire con i lettori, capire come la pensano, scambiarsi opinioni. Ed è un bel vantaggio nel lavoro quotidiano.

Il nostro magazine si occupa di Brand Journalism. Ovvero di raccontare i brand, le loro dinamiche, i loro valori, la loro mission. Per fidelizzare il pubblico attraverso la “conversazione” ed ampliare il bacino potenziale. Insomma, giornalismo aziendale. Ne aveva mai sentito parlare? Cosa ne pensa?

Lo trovo interessante e funziona, le nuove generazioni cercano su internet tutte le risposte di cui hanno bisogno.

Quando pubblicheremo questa intervista, la condividerà sulle sue pagine social?

Molto volentieri.

Ringraziamo Marco Azzi per il suo prezioso contributo al nostro sito. Continueremo a seguirlo sui social network, in televisione e su “La Repubblica”.

Grazie a voi.

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