I Social Media contro il terrorismo: lo strano caso di Burger King


Burger King e il terrorismo.
Virtual14. L'immagine per l'advertising di Burger King diventa il simbolo virale della lotta al terrorismo.

Nell’era virtuale ogni evento storico, politico, sociale e culturale diventa anche un evento mediatico. A questo anche i frequentatori meno assidui di Facebook, Twitter e compagnia bella sono ormai abituati, ma le vere potenzialità dei social network – il vero e proprio trasformarsi dell’evento storico in evento social in tempo reale – si sono potute notare solo in occasione degli ultimi attentati terroristici in Europa: quello del 13 novembre a Parigi – preceduto dall’attentato alla redazione di Charlie Hebdo – e quello del 22 marzo a Bruxelles. In queste occasioni il social si è mostrato innanzitutto la via privilegiata per comunicare con i propri cari e con gli amici – non dimentichiamo l’iniziativa di Facebook di inviare un sms a tutti quegli iscritti che si trovavano nelle zone colpite dai terroristi – ma anche il mezzo con cui il dolore e l’indignazione dei più hanno trovato voce.

Complici più o meno inconsapevoli

“L’Isis? Un mucchio di assassini con una certa abilità nel maneggiare i social media.” Barack Obama

E’ impossibile negare che l’impatto della propaganda Isis sui social media abbia avuto una qualche rilevanza sugli attentati: numerosi video – nei quali si incoraggiava i giovani francesi ad unirsi al terrorismo – sono stati, ad esempio, pubblicati qualche settimana prima dei due attentati parigini. L’impatto stesso della notizia degli attentati diventa, giocoforza, un’arma a doppio taglio perchè da un lato quantifica e amplifica l’orrore per le stragi, dall’altro funziona come una vera e propria campagna pubblicitaria per le organizzazioni terroristiche. Il mese scorso Twitter ha annunciato di aver chiuso più di 125.000 account usati per minacce o propaganda di tipo terroristico: un’ammissione implicita di quanto il fenomeno sia connesso con i social network, ma soprattutto un primo importante passo nella lotta al terrorismo sul piano mediatico.

Burger King e il popolo social

E i brand? Qual è la parte che giocano i marchi re dei social network? Rispetto all’attentato di Bruxelles le pagine ufficiali di brand come Coca Cola, Nike, Red Bull, Mc Donald’s e altri grandi brand sono rimaste in silenzio -forse per “pudore”, forse per convenienza – scegliendo di continuare, nei giorni successivi, a pubblicare i propri contenuti senza fare alcun riferimento all’attentato costato la vita a 35 persone. Ma – parafrasando un antico proverbio – si potrebbe dire che se il brand non va al social, il social va al brand. E’ il caso di Burger King e di una vecchia immagine usata nel 2008 per il lancio di un nuovo ristorante ad Auckland, in Nuova Zelanda: cinque patatine fritte disposte in  modo da formare una mano con il dito medio alzato nel tipico gesto che tutti conosciamo e che non ha bisogno di didascalie, questa l’idea dell’agenzia neozelandese Young & Rubicam. Un’immagine ironica e forte, il cui scopo è quello di mandare – letteralmente – a farsi friggere il pagamento del casello autostradale gustandosi un pranzo scontato di due dollari, giusto il prezzo del pedaggio maggiorato che tanto faceva infuriare gli automobilisti. Un’ottima pensata, ma quello che non avevano immaginato i creativi dell’agenzia o la Burger King stessa è che la foto sarebbe diventata un’immagine-simbolo contro il terrorismo.

Un clichè rompe il silenzio 

Nelle ore successive all’attentato il web si è letteralmente riempito di messaggi e, soprattutto, di immagini che esprimevano non solo il dolore, ma anche la rabbia, la volontà di reagire e di non farsi piegare dalla paura. In questo contesto la foto delle patatine fritte – uno dei piatti nazionali della cucina belga e, se vogliamo dirla tutta, un clichè bello e buono, ma efficace – è sembrata la più adatta a divenire simbolo della sfida al terrorismo: per questo è stata oggetto di centina di condivisioni e commenti, fino a diventare virale. Il tutto è accaduto per iniziativa del popolo del web, senza che Burger King – con un account Twitter seguito da più di 1.300.000 utenti – ne avesse il sentore, anche se i responsabili della Young & Rubicam si sono poi dichiarati orgogliosi di poter fare la loro parte a favore della pace. Probabilmente molti brand potrebbero trarre una lezione da quello che è successo, prima di tutto che il silenzio non sempre è la mossa migliore.

Una sola immagine, molti significati

Sulla scia della provocazione lanciata con la foto delle patatine, molte altre immagini con protagonisti i simboli della cultura belga sono comparse sul web: primo fra tutti il Manneken Pis – il bambino che fa pipì, uno dei monumenti più famosi di Bruxelles- che è diventato il Manneken Peace, l’ Atomium – simbolo dell’Esposizione Mondiale del 1958 – e, ovviamente, Tintin, il famoso personaggio dei fumetti. Tutte immagini molto forti che dimostrano come anche nella tragedia il popolo belga non abbia perso nè la forza, nè il suo caratteristico umorismo. Eppure quel dito alzato – quel “doigt d’honneur“, in francese – è anche la testimonianza di qualcos’altro: ancora una volta l’attenzione dei brand agli umori del pubblico, la capacità di coglierli e di tradurli in immagini, è stata talmente puntuale da restare nella memoria di molti ed essere usata per veicolare quegli stessi umori, quegli stessi sentimenti, per ben altre – e più nobili cause – in questo caso per lanciare un messaggio a chi, col terrore, vuol ridurre all’impotenza il mondo intero: non vincerete!


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“L’associazione tra web marketing e giornalismo è sempre più d’attualità. Entrambi si basano sul contenuto e quest’ultimo diventa progressivamente più legato alle dinamiche del web. Con l’avvento dei Social Network sono cambiate le abitudini delle persone. Le fonti per reperire notizie, sempre più spesso, non sono più i canali tradizionali ma le piattaforme di aggregazione digitale, i blog o i gli stessi siti internet aziendali. Inoltre, ogni evento acquisisce eco alimentandosi dagli utenti stessi. Chi diffonde la notizia deve essere semplicemente bravo a canalizzarla nel modo giusto. La rete farà il resto.”


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