Siamo con Fabio Lalli, Ceo di IQUII, società specializzata nello sviluppo di applicazioni mobile, IOT, wearable e strategie digitali. Fondatore e presidente dell’associazione Indigeni Digitali, docente all’Università di Perugia, insegnante presso ilSole24Ore e Digital Accademia ed autore di due libri su Mobile Marketing e Wearable.

Seguiamo Fabio sui suoi canali social ritenendolo non solo un “influencer” della comunicazione digitale ma anche, e soprattutto, una persona perbene e sempre disponibile. Durante il WebUpDate che si è tenuto a Napoli a fine marzo, poi, abbiamo avuto l’opportunità di conoscerlo personalmente e stringergli la mano.

Dopo aver visitato la sua agenzia (ecco il nostro report su Iquii) qualche settimana fa, della quale è co-founder insieme al fratello Mirko (con lui nella foto), gli abbiamo chiesto questa intervista, che ci ha gentilmente concesso per parlarci delle sue attività e del suo punto di vista sulle evoluzioni del nostro settore.

Ciao Fabio, prima di tutto grazie per aver accettato di incontrarci. Come sai, Virtual14 si occupa di comunicazione (soprattutto online) e il nostro sito, virtual14.com, è strutturato come un magazine che mette al centro delle proprie attività approfondimenti, informazioni, casi studio e tutto quanto sia inerente questo settore, proponendosi di fare brand journalism per sè e per i propri clienti. Tu sei un “influencer” del digital. Qual è stato il tuo percorso professionale, in tal senso?

Beh dai, un influencer! E’ un termine che non ho mai amato tantissimo a dire la verità. Ti rispondo solo alla parte del percorso professionale, ok? Allora, la prendo alla larghissima. Diciamo che ho iniziato molto molto presto e che il mio percorso non è stato assolutamente lineare, né tanto meno come lo pensavo all’inizio, seppur io abbia sempre fatto quello che mi piaceva fare, professionalmente parlando. In “Internet” ho cominciato a credere fin dall’inizio e ho “messo mano” in modo più strutturato nel 1997 a forum, siti, html e via dicendo. Già programmavo, quindi per me non si è trattato di un passaggio complesso o nuovo, ma iniziare a sviluppare per il web è stato naturale. Poi da cosa nasce cosa, un po’ (un bel po’) di passione e curiosità ed il resto è venuto da sé.

Durante il WebUpDate siamo stati particolarmente colpiti dal tuo intervento, nel quale hai evidenziato come il 2015 possa rappresentare realmente l’anno della “rivoluzione mobile”. Per quali motivi credi che questa svolta sia realmente arrivata?

Io non penso che sia arrivata, bensì sia già partita da anni ed è inarrestabile. E’ iniziata nel 2004 e oggi nel 2015 sta avendo forse il momento di maggior evidenza proprio per la sua ormai radicata e diffusa penetrazione nella vita di tutti i giorni. Quando parlo di rivoluzione intendo che siamo in un momento in cui stanno arrivando nuove evoluzioni che non sono solo legate al mobile, anzi: wearable, iot, smartphone e via dicendo, sono tutti elementi di una rivoluzione enorme. E l’esperienza degli utenti è quella che sta cambiando di più, non solo la tecnologia.

A Città della Scienza, oltre ad una serie di dati e statistiche relative a come le persone “vivono” il digitale, hai evidenziato come sia quasi obsoleto parlare di web. Perchè, hai sottolineato, il mobile sta diventando così centrale nell’esperienza quotidiana da rappresentare una vera e propria estensione della “capacità di capire”. Quali saranno, secondo te, le prossime evoluzioni in merito?

E’ difficile dire cosa succederà. Se pensiamo a quello che è successo negli ultimi anni e la velocità con cui sta cambiando tutto mi verrebbe da dire che la rivoluzione più grande sarà nell’invisibilità dell’utilizzo di quello che oggi abbiamo sotto gli occhi. Pensa ad “internet” inteso come “www”: c’è stata la fase in cui sembra nuovo, le persone cercavano punti dove connettersi e iniziavano a cercare informazioni in rete. Oggi le persone utilizzano la connettività in mobilità, negli oggetti, nella tv, in macchina e non se ne rendono nemmeno conto, anzi, è qualcosa di naturale. Ecco, a mio avviso il concetto di esperienza connessa, sarà invisibile. 

Altro concetto evidenziato durante l’evento è l’interazione tattile, che permette anche a bambini ed anziani di usare facilmente dispositivi mobili. Permettendo loro di “imparare per errore”. Questo porta ad un’altra riflessione: spesso i genitori non sanno in che modo porsi in funzione della voglia dei propri figli di usare questi dispositivi. Alcuni preferirebbero i giochi tradizionali. Tu che sei un “Indigeno Digitale” in che modo “gestisci” questa cosa? E che consiglio ti sentiresti di dare?

Non ho una formula magica. Sto sperimentando con i miei bambini. Ho sempre pensato che i bambini fossero predisposti al digitale. La verità, dopo il secondo bambino, è che non credo sia così: i bambini hanno delle interazioni primordiali, e tanto più i dispositivi sono semplici e danno feedback, tanto più sono stimolati e reagiscono. Mio figlio, il primo, caratterialmente curioso e molto interattivo, fa tantissime cose con iPad e strumenti digitali. La seconda invece, molto meno curiosa, non è assolutamente interessata al digitale, malgrado lo stimolo, mio e di mia moglie, sia lo stesso utilizzato con il fratello. Con questo mi sento di dire che il digitale può esser utilizzato come strumento di educazione e apprendimento veloce perchè sicuramente può dare feedback, interattività e velocità, ma tutto deve esser equilibrato con altri tipi di stimoli, anche non digitali, perchè ogni bambino ha curiosità e carattere differente e non è detto che il digitale sia l’unica strada.

Il core business di IQUII è la realizzazione di applicazioni mobile e lo sviluppo del “wearable”. A tuo parere ci sarà un momento nel quale anche l’attuale concetto di smartphone diventerà obsoleto a favore di “apparecchiature indossabili”?

Già lo è. E’ il motivo per cui da un anno abbiamo già iniziato a progettare non solo applicazioni mobile. E non è detto che questo sia necessariamente il prossimo punto dove fermarci. Anzi.

In termini di business, come pensi questo influenzerà le strategie delle aziende nel loro approccio alla comunicazione? Ed in funzione di ciò, in che modo tu e lo staff di IQUII vi approcciate ai vostri clienti? Sembra necessaria una formazione costante vista l’elevata velocità con la quale i sistemi si stanno evolvendo.

Il bello ed il brutto del nostro mestiere è nella necessità di esser sempre al passo con le tecnologie. Noi sperimentiamo costantemente, anche investendo tempo e risorse che spesso sembrano uno “spreco”. Ma quell’apparente spreco ci permette di capire per tempo cosa fare. Lo stesso lo proponiamo ai nostri clienti. Chi non sperimenta e non cerca di stare “sul pezzo” a mio avviso rischia di non avere un percorso di lunga durata. Il mercato va talmente veloce e si muove ad onde, sempre più intense e alte, che se non impari ad esser un surfista, rischi di arenarti a riva, senza più energia per ripartire di nuovo.

In un settore in così rapida evoluzione noi di Virtual14, che sosteniamo esistano molte dinamiche del web marketing che si stanno sovrapponendo a quelle del giornalismo, abbiamo “pensato” il nostro sito come un magazine che ne approfondisca le tematiche provando a rappresentarne un punto di vista informativo, analitico e critico. Il nostro magazine, inoltre, si occupa di Brand Journalism. Ovvero di raccontare i brand, le loro dinamiche, i loro valori, la loro mission. Per fidelizzare il pubblico attraverso la “conversazione” ed ampliare il bacino potenziale. Insomma, giornalismo aziendale. Tu stesso hai evidenziato il concetto di BRAND RELIGION per alcuni marchi. Cosa pensi di questa relazione tra giornalismo e comunicazione?

E’ un argomento delicato. Giornalismo è fare informazione. Comunicazione è spostare l’attenzione verso qualcosa. Se il giornalismo si accavalla completamente con la comunicazione, potenzialmente, si perde il valore dell’informazione portando chi legge a capire qualcosa in modo magari errato. Il valore del brand journalism dovrebbe esser quello di raccontare un marchio mettendo però al centro una visione oggettiva, raccontandone pro e contro, successi ed insuccessi. Altrimenti il rischio è che diventi una marchetta continua.

Tu sei Fabio Lalli, un vero e proprio “marchio”. Come curi e sviluppi il tuo Personal Brand? Riesci a “starti dietro”, a raccontarti quotidianamente al tuo pubblico?

Ho sempre detto, e continuo a dirlo, che io non mi occupo del mio Personal Brand. Anzi, trovo poco bello parlare di “cura” intesa come qualcosa di pianificato. Io mi racconto, spontaneamente, in tutto, dal lavoro fino alla sfera personale, condividendo emozioni, frustrazioni, pensieri e riflessioni su temi vari, perchè penso che possa esser utile sia a chi mi legge che a me, come feedback e confronto. E credo che questo si percepisca. Quello che sto cominciando però a valutare, è di ridurre pesantemente la mia presenza in rete (cosa che tra l’altro ho già fatto nell’ultimo anno e mezzo) perchè mi rendo conto che raccontarsi ha tanti lati positivi ma molti anche negativi: il lato negativo dell’esposizione, ad esempio, è nell’incremento di punti di vulnerabilità, e più aumenti la tua visibilità più le persone sono convinte che quello che scrivi sia sempre frutto di un piano strategico quando, invece, conoscendomi di persona, credo si capisca che non è così. E la decisione di ridurre ulteriormente, nasce dal fatto che devo dedicare sempre maggior tempo alla mia azienda, alle persone che credono nel progetto a cui stanno partecipando e alla mia famiglia. Non posso mettere a rischio tutto questo per colpa di chi vive la rete come un unico grande strumento di marketing. Perchè io, invece, l’ho sempre vista come strumento di connessione, ma se questa prende una deriva di questo tipo, io ci sarò sempre meno.

Fabio, ti ringraziamo per il tempo dedicatoci e per il tuo prezioso contributo al nostro sito. Continueremo a seguirti sui social network, sui siti web delle tue realtà e sul tuo blog personale. Ma anche durante gli eventi "offline" della tua associazione, Indigeni Digitali. A presto.

Grazie a voi. Il progetto su cui stiamo investendo molto in questo momento è ON e credo che quello sarà da seguire. Vogliamo realmente costruire qualcosa di differente, dove realtà imprenditoriali giovani possano crescere e svilupparsi, insieme ad altre aziende già esistenti. Vi racconterò meglio con il passare del tempo. 
Va bene, ci saremo!