Si era appena alzato per andare alla macchinetta del caffè, Giovanni, quando ho sentito il rumore dei passi e subito dopo ho visto lui che tornava velocemente verso di noi: «È morto Maradona».

La luce dei piccoli neon che illumina i nostri pomeriggi d’inverno è bianca, intensa, di quelle che dopo ore al computer tenta di sostenere gli occhi. Eppure, in quel momento, sembrava tutto buio, soffuso. Sfumato. Il silenzio ci ha avvolto per qualche secondo. Lui guardava il suo telefono, noi fissavamo lui e il suo sguardo, augurandoci che cambiasse espressione per avvisarci che era tutto uno scherzo. Poi l’istinto ci ha spinto verso i nostri monitor. Il mondo, là fuori, aveva già iniziato a girare senza Diego. Noi, lì dentro, per un po’ non siamo riusciti a elaborare alcun pensiero. Il ‘suono’ delle nostre dita sulle tastiere, però, presto si è manifestato, perché era troppo forte la voglia di saperne di più, di ‘chiedere a internet’ se fosse vero. Purtroppo lo era: «È morto Maradona».

La comunicazione deve essere identitaria

Dalle grandi testate ai più piccoli siti d’informazione, sportivi e non, tutti titolavano così. Ognuno ne scriveva. Il mondo si era accorto di quello che aveva perso e stava rallentando, per dare spazio al ricordo, interrompendo qualsiasi cosa stesse facendo in quel momento. La domanda è arrivata quasi subito, deformazione professionale: «Che facciamo?» ci ha chiesto uno dei nostri ragazzi, spinto dalla consuetudine delle nostre giornate, passate a scegliere di cosa scrivere, di cosa parlare, su cosa lavorare. Quella stessa domanda che si stava ponendo chiunque, dall’emisfero boreale a quello australe, sia chiamato – per lavoro – a informare e comunicare. «Niente» ho risposto io, «per ora monitorate i media e il sentiment, poi ci aggiorniamo domani». Ero certo che ciascuno avrebbe detto la sua, mi sembrava inutile aggiungere la nostra voce a quella della moltitudine di media che, nel frattempo – come normale che fosse –, stavano già urlando al mondo il loro dolore per catturare l’attenzione. In poco più di 12 ore, 5.2 milioni di citazioni online per Maradona, da parte di 527 mila autori unici, i cui contenuti hanno coinvolto [like + condivisioni + commenti] 31.9 milioni di persone. (Fonte: Datamediahub) Ognuno, era chiaro, stava attingendo all’infinito materiale narrativo che Maradona, gratuitamente, ha distribuito durante la sua vita, e, a colpi di headline e hashtag, ogni singola persona, ogni blog, ogni testata, stava ritagliando, elaborando e producendo il frame che aveva scelto per ricordarlo. Ciò che era ancor più evidente, però, dal monitoraggio delle conversazioni, era anche il focus più interessante: si era generato un dibattito principale tra due macrofazioni, ovvero i religiosi devoti di D10S e i giudici accusatori.

Questo ha scatenato in me un groviglio di emozioni. Quelle che, in queste situazioni, rappresentano la base di partenza nella produzione dei contenuti. Diego, per me, è il ricordo del salone di casa di nonna, degli odori che arrivavano dalla cucina, di me e mio fratello a rincorrere una palla fatta di vecchi giornali e scotch, dell’urlo di mio padre e mio zio al suo gol all’Inghilterra, con una eco che arrivava fino alle isole Falkland, facendo il giro del mondo e tornando indietro, per godersi il suo secondo capolavoro. L’ho vissuto e rivissuto ancora, mi ha accompagnato tutta la vita. Mi ha cambiato tutta la vita. Mai, come in quel momento, scugnizzo e napoletano, come Robin Hood toglieva ai ricchi per dare ai poveri, portando gioia nelle loro case. Rappresentando il sogno di un’intera generazione: diventare come lui, diventare un calciatore. Una vita al limite e molto oltre, ma sempre come voleva lui, amato e odiato per il talento che Dio gli aveva donato, e che quel giorno, per sbaglio, gli era finito in una mano, se n’era appena andato senza avvisare, ma lasciandoci una storia unica da raccontare


illustrazione maradona
Virtua14. Ad10s Diego.

Una storia che, mi è sembrato subito chiaro, nonostante la sua morte continuava – come ha sempre fatto – a unire e dividere. E proprio da quella divisione – tra devoti irrazionali e giudici morali – ho scelto di partire. Ho chiesto ai ragazzi: «Chi vogliamo essere noi? A chi vogliamo parlare?». Da lì, il nostro processo creativo ci ha portato a fare ciò che fa, giorno per giorno – ora per ora –, una struttura come la nostra: selezionare. Così, passaggio dopo passaggio, abbiamo scelto:

  • IL MESSAGGIO: Diego ha fatto male a sé stesso e, di conseguenza, a chi gli stava intorno. Ma ha vissuto sotto il peso del suo talento e, per la gioia donata, per noi merita il paradiso. Il punto focale, però, è che non siamo noi a doverlo giudicare;
  • IL FRAME E LA METAFORA: il gol su punizione alla Juve è ricco di significati. La rivoluzione contro i potenti, la materializzazione di un tocco divino per realizzare l’impossibile, la sfrontatezza della sua frase, nonostante la barriera troppo vicina: «Tanto gli faccio gol comunque»;
  • LA NOSTRA HEADLINE: è stato naturale, perché mi è rotolata in testa come un pallone che si insacca in rete: ‘Tanto va in Paradiso comunque‘;
  • IL FORMAT E IL TRATTO PER IL DESIGN: niente, più di una illustrazione in bianco e nero, mi sono detto, con la sua figura e uno striscione alle spalle in azzurro, avrebbe richiamato meglio i valori che volevamo veicolare. Ho scelto la foto da cui partire e ho cominciato subito a ‘brieffare’. Il talento di Giovanni ha fatto il resto;
  • I CANALI DI DISTRIBUZIONE: non avevamo tempo né materiale per andare ‘lunghi’ con un articolo, per questo abbiamo scelto di preparare un post che andasse bene per tutti i social del nostro ecosistema.

Il processo creativo si è compiuto col copy che ho elaborato, con una versione leggermente ridotta per Twitter – viste le limitazioni nel numero di caratteri –, e siamo andati in pubblicazione a distanza di 24 ore dalla notizia, in un flusso ancora ingente, ancora nel pieno della sua forza dirompente.

L’informazione non può essere orientata

Il tweet dal mio account, grazie ad alcuni retweet di profili molto seguiti, ha avuto tante interazioni e visualizzazioni, e, anche per stimolare il confronto, ho deciso di condividerlo con un mio amico, giornalista di una grande testata del nord: «Bravi, io non ci riesco, queste celebrazioni mi sembrano fuori luogo, esagerate. Maradonesche». Dove per ‘maradonesche’, credo, si facesse un più o meno velato riferimento alla ‘sceneggiata napoletana’. Per un attimo, confesso, ho pensato scherzasse. Non pretendevo da lui le riflessioni di Alberto Angela – cittadino onorario della città di Napoli –, che con finezza intellettuale ed enorme poesia, come sottolineato da un altro mio amico in un suo post su Facebook, «ha spiegato quel filo identitario che lega da sempre – e che per sempre legherà – Maradona e la città, perché solo chi vive di intensa sensibilità può comprendere e verbalizzare certi concetti, esprimendo il suo pensiero che diventa pura emozione per chi sente ogni giorno il valore profondo di essere nato in questa terra», ma, almeno, mi sarei aspettato un maggior rispetto e, soprattutto, un pensiero meno dissociato dalla realtà. Perché lì dove c’è emozione, c’è fazione, quindi ci sono narrazione e distorsione. Il problema, piuttosto, è che questa distorsione appartiene quasi sempre alla stessa informazione.

Come fa, mi sono chiesto, a dire una cosa del genere, chi, occupandosi proprio di informazione – e che dovrebbe essere obbiettivo ma che, invece, produce contenuti faziosi ogni giorno, per assecondare la linea editoriale fortemente orientata del suo giornale – celebra, è proprio il caso di dirlo, quasi sempre gli stessi colori, e narra, piuttosto che informare in modo oggettivo ed equidistante? Come è possibile che, chi ha la fortuna di avere accesso diretto alle fonti, finisce invece per compiacere loro, trasformando un quotidiano nazionale in un house organ aziendale? Come fa – un protagonista della peggior informazione di parte – a definire fazioso il lutto di una città che ha raggiunto ogni latitudine, tramutandosi nella celebrazione globale della morte di un artista, universalmente riconosciuta come la fine di un’era?

La risposta, probabilmente, è nelle riflessioni che faccio da tempo e che questi episodi mi confermano sempre: molti ‘giornalisti tradizionali’ – mettendo per un attimo da parte la questione relativa a cosa significhi, oggi, essere giornalista – non hanno davvero percezione di cosa stia succedendo loro intorno, né di quanto sia necessario, per sopravvivere, cambiare il proprio modo di pensare, senza nascondersi dietro un tesserino che non ha più alcun significato. E nemmeno, inoltre, comprendono l’evoluzione, che porta i processi della comunicazione – ovvero quelli che abbiamo seguito noi davanti ai nostri monitor, sotto le luci bianche che ci accompagnano quando fuori è buio e spesso piove – a combaciare con quelli delle ‘vecchie’ redazioni che fanno – o dovrebbero fare – informazione.

Perché la narrazione – che per definizione parte dal punto di vista di chi racconta – è schierata, e, oggi, aderisce alla stessa informazione che è sempre più orientata, per intercettare e compiacere le audience a cui si rivolge, elemosinando click e ogni tipo di visualizzazione.

La verità anche questa piccola storia lo evidenzia è che a prescindere da tecnologia, strumenti, contenuti e innovazione, il pensiero critico rimane basilare, ed è fondamentale restare buone persone. Ovvero proprio ciò che, tanti, sottolineano con furore non sia stato Maradona. Ma a chi sta giudicando, mettendosi sul piedistallo, dico: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra». Noi, invece – che siamo fieramente di parte, potendo permetterci di esserlo –, per la gioia che ha portato su questa Terra, pensiamo sia già tornato lassù. Lì, da dove è venuto, facendo di tutto per penalizzare sé stesso e avvicinarsi agli esseri umani – per divertirsi un po’ con loro –, regalando al popolo felicità, rubandola ai potenti.

E per questo ringrazieremo in eterno Diego Armando Maradona, il più grande calciatore di tutti i tempi, che, ne siamo certi, è già in paradiso a divertire i santi. 

Beati loro. 

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