“Guagliù stateme a ‘ssentì, questo è il bene [Disegnando alla lavagna un punto interrogativo]…e questo è il male [Disegnando un punto esclamativo]. Il bene è il dubbio, quando voi incontrate una persona che ha dei dubbi state tranquilli, vuol dire che è una brava persona, vuol dire che è democratico, che è tollerante, quando invece incontrate questi qui [Indicando il punto esclamativo], quelli che hanno le certezze, la fede incrollabile, e allora stateve accorte, vi dovete mettere paura, perché ricordatevi quello che vi dico: la fede è violenza, la fede in qualsiasi cosa è sempre violenza. Gli uomini, invece, si dividono in uomini d’amore e uomini di libertà, a secondo se preferiscono vivere abbracciati gli uni con gli altri, oppure preferiscono vivere da soli e non essere scocciati.”

Così parlò Bellavista o, meglio, così parlò De Crescenzo in uno dei momenti più belli del film che è stato, ed è ancor oggi, uno spaccato fedele della cultura napoletana e dei napoletani.

Già, i napoletani. “Uomini d’amore”, si supponeva nella pellicola, che vivono abbracciati e che, per natura, storia e tradizione, dovrebbero essere pieni di interrogativi. Eppure, vivendo nell’epoca digitale, dove tutti sono liberi di esprimere la propria opinione, anche “legioni di imbecilli” per dirla alla Umberto Eco, le cose pare siano cambiate.

Si, perché interrogativi in giro se ne vedono pochi, mentre gli esclamativi abbondano. I tuttologi si sprecano e il calcio, “dottrina” popolare, rappresenta l’espressione delle certezze di un popolo che fa sempre più fatica a trovare gli argomenti giusti per riappacificarsi con se stesso, ma non per sentenziare sul pallone. De Laurentiis, Benìtez, la squadra. Tutti schierati, tutti sanno, tutti hanno la soluzione. Eppure io, onestamente, di dubbi ne ho tanti.

La società

De Laurentiis ha rilevato il Napoli dopo un fallimento. Ha ricevuto tanti elogi e di sicuro, va detto, è stato fatto un percorso positivo in questi anni. Eppure mi chiedo: siamo sicuri che sia stato uno svantaggio? Meglio ripartire dalla “C” senza debiti pregressi o dalla Champions con un bilancio sanguinante? Sarebbe stato lecito, per quello che viene continuamente dipinto come un progetto di crescita graduale, chiederne l’illustrazione e magari anche il piano d’attuazione?

Lo stadio. Il centro sportivo. L’organigramma societario. Le radici dell’attuale proprietà, nella città di Napoli, quali sono? Come mai nella programmazione “periodicamente quinquennale” non sono state messe le fondamenta per strutturare società e bilancio, ed evitare che un anno senza Champions diventi immediatamente sinonimo di drastico ridimensionamento?

La comunicazione. Il dialogo coi tifosi. Il rapporto con i media. Nell’epoca in cui i social network stanno cambiando il mondo, nell’era della conversazione costante tra tutti e su tutto, il Napoli pare obsoleto. O, forse, dispotico. Perché? Perché, soprattutto quando le cose vanno male, si tronca di netto il dialogo? Come mai si litiga con Sky, si ricorre al silenzio stampa e si mettono paletti alle conferenze che tutto sembrano, tranne che espressione della libertà d’informazione?

Della serie, “io parlo, tu ascolti e riporti”. Punto. Le critiche? “Ce ne possiamo anche fregare”, in fin dei conti “voi che avete vinto mai”?

L’allenatore

Rafa Benìtez ha rappresentato un punto di rottura. Non per quello che è riuscito o meno a fare quanto, piuttosto, per quello che ha rappresentato: uno step culturale. Probabilmente un’illusione. È nota la recente divisione dei tifosi azzurri in rafaeliti e non. I primi, fedeli al tecnico spagnolo tutt’oggi che rappresenta già il passato, sono ormai convinti che il problema del Napoli sia De Laurentiis e una squadra non all’altezza. I suoi detrattori, invece, sono certi che le responsabilità siano tutte sue. La cosa si sta ripetendo col neo arrivato Sarri: tanti sicuri che sia “l’uomo giusto per noi”, altri esattamente del contrario. Anche qui, onestamente, io ho poche certezze.

Ho sempre diviso i tecnici in allenatori e gestori. Archiviando i primi come quelli che all’inizio del ritiro fanno l’appello, si rendono conto del materiale a disposizione e, poi, partendo dal proprio credo tattico cercano di tirare fuori il meglio dalla rosa. Quelli che, come si suol dire, “insegnano calcio”. E che si adattano. I secondi, invece, li associo alla figura del manager. Quelli che hanno uno staff nutrito e osservatori “personali”. Che si scelgono i giocatori e che “portano spese”, insomma, anche perché normalmente hanno la libertà di puntare su calciatori di livello che vanno gestiti ed assemblati tra loro per rendere al meglio. Personalità forti, curriculum strutturati. Sul campo tanta intensità al servizio del talento dei singoli.

Le domande. I dubbi. Gli interrogativi inevasi.  Ma siamo proprio sicuri che una società “organizzata” in questo modo sia quella giusta per un tecnico come Benìtez? È possibile che il presidente, dopo la “fuga” di Mazzarri, volesse solo un nome da dare in pasto alla piazza illudendola di una crescita in realtà solo fittizia e legata ad introiti momentanei?

E ancora: è valutabile l’ipotesi che l’anno scorso ADL non avesse considerato la Roma di Garcìa, fidandosi del tecnico spagnolo, dando per scontato “almeno” il secondo posto in un campionato tanto mediocre, e rimanendo sorpreso e spiazzato dal terzo poi effettivamente raggiunto? E’ possibile che il campionato appena concluso sia una logica conseguenza di quello precedente e della notte di Bilbao? Allo stesso tempo, il tecnico è così immune da colpe? Visto “il mare” che c’è stato tra il dire e il fare dei proclami presidenziali, non avrebbe fatto bene a mettere in soffitta un sistema di gioco non adatto agli uomini a disposizione? Che sia un uomo di cultura abbondantemente sopra lo standard del napoletano medio è assodato. Ma poi, alla fine, era con la cultura che dovevamo vincere le partite?

La squadra

A fine mercato le teorie erano varie. Due, però, i “filoni” principali: quelli che ci siamo rafforzati e quelli che ci siamo indeboliti. Sui social nascevano e sono continuati tutto l’anno dibattiti e veri e propri scontri dialettici. Ciò che ho notato in questi mesi, comunque, è che la strada presa ad agosto è stata percorsa dai diretti interessati fino a fine anno.

Nessun ripensamento. Niente compromessi. Bianco, oppure nero.

Eppure i risultati degli azzurri sono stati un bel po’ altalenanti, siamo passati da buonissime partite a clamorose debàcle. Ma tutti fedeli al proprio credo: pronti ad azzuffarsi in nome della propria teoria. Non è più, ormai, analizzare le partite. Quanto “ho ragione io”Il calcio come vanità. Puro egocentrismo. Come i social, del resto. 
Interrogativi? Nessuno, pare. Io mi sono sempre chiesto se puntare su Rafael e Andujar, lasciando andare Reina, fosse sinonimo di crescita. Il dubbio sul fatto di puntare su un calciatore con capacità, ma grezzo, come Koulibaly, non mi ha mai lasciato. Così come quello enorme vedendo spesso Britos terzino sinistro. Ma le domande maggiori, ammetto, me le sono sempre poste sul centrocampo. Lì davvero ci ho sbattuto la testa. Possibile che un giocatore non più giovanissimo, con poca Liga nelle gambe, fosse tanto più forte di Behrami? Proprio convinti che Jorginho e Inler siano giusti in un centrocampo a due? Il ritorno di Gargano, e la sua successiva indispensabilità, è un buon segno?
Di contro: pur partendo dal presupposto che la squadra “forse” è stata indebolita, è lecito pensare che non avesse le carte in regola nemmeno per arrivare al terzo posto, considerando che le milanesi fossero assenti, la Fiorentina balbettasse e la Lazio, pur essendo una buona squadra, sembrasse inferiore?

ssc napoli

Virtual14. I tifosi del Napoli.

Tifosi d’amore. Tifosi di libertà. Ce ne sono stati di punti interrogativi, insomma, per una tifoseria d’amore, che avrebbe dovuto restare unita seppur con tanti, legittimi, dubbi. Che ne testimoniassero non solo appartenenza quanto, anche, democrazia e tolleranza. Soprattutto considerando lo step culturale, quello step che tutti auspicavano essere in atto.
Invece, in questo scenario, che sembra giorno per giorno sempre più approssimativo e caotico, la fede incrollabile ha avuto costantemente la meglio su tutto. Peccato che non fosse fede per la maglia bensì quella, inconfutabile, nelle proprie idee.

Forse è anche per questo che, stando a sentire De Crescenzo, dovremmo preoccuparci di ciò che siamo diventati…