Siamo con Guido Vaciago, giornalista di TuttoSport. Seguiamo con attenzione le sue attività e gli abbiamo chiesto, quindi, quest’intervista per parlarci del proprio lavoro e della sua visione sulle evoluzioni della comunicazione e del giornalismo, soprattutto in funzione dei new media.

Ciao Guido, prima di tutto grazie per aver accettato di rilasciarci questa intervista. Virtual14.com è il Brand Magazine di Fanism, la nostra Digital Media House che opera nell’intersezione tra comunicazione, intrattenimento e informazione per un nuovo modello di business che punta a sfruttare la trasformazione digitale interpretando le aziende come nuovi media. Tu sei un giornalista affermato, qual è stato il tuo percorso personale?

“Il mio percorso personale è iniziato con le riviste del liceo e con le collaborazioni con piccole riviste musicali, perché la mia grande passione era proprio la musica rock. Il mio vero sogno, però, era fare gli esteri, infatti ho studiato per questo e mi sono laureato in Scienze Politiche. Poi ho iniziato una collaborazione con TuttoSport nel 1996, per una opportunità che si è aperta per caso, che sarebbe dovuta durare qualche mese e che invece è diventata il mio lavoro per un giornale dal quale sono stato assunto nel 2000 e del quale sono diventato, oggi, caporedattore.”

Come si sviluppa il tuo lavoro, all’interno della redazione di TuttoSport? Quali sono le principali attività di cui ti occupi e che coordini? Come si evolve il modello di informazione di una realtà come la vostra, e il modo in cui eserciti la tua professione, in rapporto al digitale, ai new media ed ai nuovi strumenti di comunicazione?

“Mi occupo principalmente di Juventus, dal 2007, come responsabile di un gruppo di 7 persone. Dedichiamo ampio spazio al club bianconero, ovvero dalle 5 alle 7 pagine quotidiane, e noi ci occupiamo di questi contenuti. Ovviamente cerchiamo di dare anche un contributo al sito internet, che viaggia parallelo al cartaceo. Credo che uno dei problemi dei quotidiani moderni sia proprio coordinare il lavoro del sito e del cartaceo, che è un meccanismo difficile ma che dovrà essere la chiave della transizione al digitale dei prossimi anni. Detto ciò, il mio lavoro si svolge fin dalle prime ore del mattino, con la lettura dei giornali. Poi inizia un giro di telefonate coi colleghi e con varie fonti per capire che tipo di argomenti scegliere per la giornata. Questa fase, diciamo di raccolta, finisce intorno alle due del pomeriggio, quando si fa una prima distribuzione dei temi sul cosiddetto ‘timone’, che poi è passibile di cambiamenti nel corso della giornata. Perché poi dalle tre del pomeriggio si lavora in redazione, fino alla tarda serata, e il giornale può cambiare, anche essere stravolto, in funzione degli eventi e delle notizie che arrivano. A metà della giornata, intorno alle 20, si fa la riunione per la prima pagina, decidendo gli argomenti e i titoli, ovvero quelli che a volte sono gli unici ad esser letti e commentati da tutti. Io, personalmente, produco anche contenuti per i new media, come, per esempio, la diretta Facebook per la quale noi giornalisti ci mettiamo a disposizione dei lettori per mezz’ora, rispondendo alle loro domande. Quando sono in trasferta per seguire la squadra queste dirette sono anche più di una. Ci sono, inoltre, dei video nei quali commentiamo i fatti, che in alcuni casi diventano dei veri e propri editoriali. In nuovi media, insomma, si sfruttano in contemporanea al lavoro che facciamo per il giornale.”

I social media giocano un ruolo sempre più importante e rappresentano degli asset strategici fondamentali per qualsiasi azienda, abilitando la disintermediazione. Organi di informazione, società sportive, gli stessi atleti (e chiunque altro): tutti media, tutti in competizione per vincere l’attenzione e il tempo delle persone, per generare nuove opportunità da monetizzare. Cosa ne pensi? Quali sono, in tal senso, le strategie di una testata come la vostra? Quale credi possa essere il modello di business dell’informazione del futuro?

“I social media fanno parte di questo scenario nel quale, sono d’accordo, la gara è nel catturare l’attenzione delle persone. Per come sono configurati oggi, però, credo non facciano un grande favore all’informazione, perché prediligono la sintesi, che non sempre è un bene, perché spesso bisogna approfondire gli argomenti e non accontentarsi dei pochi caratteri che consente Twitter o di una fotografia, come su Instagram. A volte, purtroppo, sono addirittura veicolo di fake news. Ad oggi, insomma, di frequente sono un problema, ma possono essere trasformati in una risorsa per l’informazione e per i giornalisti. Il punto è sempre il contenuto che si diffonde. Sul modello di business faccio fatica a rispondere, perché le cose si evolvono così velocemente che è difficile individuarlo.”


giornalismo
Virtual14. Le considerazioni di Guido Vaciago.

Nel tuo contributo al mio libro, hai scritto che stiamo vivendo una fase di transizione, e che il giornalismo non ha capito che il suo mondo stava cambiando, molti anni fa, con l’avvento di internet. In funzione di questo ritardo, come credi si evolva il ruolo del giornalista, in uno scenario sempre più digitale? E soprattutto: come pensi si possano combattere le fake news, che avvelenano sempre più i media e orientano l’opinione pubblica in funzione delle diverse fazioni?

“Sì, credo che siamo in una fase di transizione, penso che ci sarà un modo migliore per sfruttare i new media da parte dell’informazione. Ci stiamo arrivando, ci stiamo arrivando per tentativi. Noi di TuttoSport, per esempio, ci stiamo arrivando attraverso varie iniziative, come le newsletter – di cui una è curata da me personalmente ed è appena partita, con un discreto successo –, ma anche i podcast. I nuovi media, infatti, allargano in maniera smisurata le possibilità tecnologiche, però bisogna mettere ordine, perché mi sembra che in questo momento il panorama sia ancora abbastanza disordinato, mettendo in difficoltà l’utente finale. Le fake news, per esempio, vanno combattute in modo organico, agendo su più fronti. Mi viene in mente la guerra alla droga, come metafora: non si può combattere solo facendo repressione su chi produce e spaccia, ma anche su chi consuma, perché ne si limita il consumo se si riesce anche a colpire la produzione. Tornando alle fake news, quindi, secondo me è necessario che le istituzioni, tra cui anche l’ODG, siano più attente a punire i professionisti che non svolgono accuratamente il loro mestiere. Un ruolo fondamentale, poi, dovrebbero averlo anche i grandi player dei social network, filtrando un certo tipo di contenuti per una collaborazione fattiva che, infine, dovrebbe essere completata nelle scuole, educando i ragazzi, fin dalla tenera età, a capire come informarsi e come informare.”

Brand Journalism e Brand Entertainment. Le aziende, come abbiamo detto, in primis quelle sportive, si stanno trasformando in veri e propri media, per generare contenuti da diffondere sfruttando le nuove tecnologie, organizzandosi come delle redazioni. La Juventus, col nuovo ecosistema digitale appena annunciato, è uno degli esempi italiani di un nuovo modo di fare comunicazione, strutturato sulle dinamiche dell’informazione, sfruttando i nuovi strumenti e le nuove tecnologie, per diffondere contenuti in format di vario tipo, per intrattenere e intercettare i propri target. Qual è il tuo parere, in tal senso? In che direzione si sta andando, a tuo modo di vedere? Qual è il ruolo dei media tradizionali, in questo scenario? Credi che le aziende possano avere un ruolo informativo, mantenendo intatta trasparenza ed etica?

“Sul nuovo ecosistema di informazione della Juventus non so esprimere un giudizio, è troppo giovane per poterlo fare. Io credo ci sia sempre un interesse diverso. Mi spiego: credo che le aziende, in questo caso quelle sportive, costruiscano la loro informazione per vendere, per portare più facilmente la gente a consumare prodotti, che si tratti di magliette, di biglietti, di ingressi al museo, di merchandising, di tessere di fidelizzazione. Questo fine, per me, rischia di trascurare alcuni aspetti dell’informazione che poi la gente potrà andare a cercare nei media tradizionali. Quindi, finché nell’ecosistema non si produce informazione fine a se stessa, non si può essere in grado di assecondare la richiesta di informazioni, a volte critiche, di cui il pubblico ha bisogno. Di conseguenza, penso le due cose possano convivere, e che gli stessi media possano a propria volta strutturare i propri ecosistemi. Il brand journalism e il brand entertainment vanno benissimo, ci avremo a che fare, ma penso non possano sostituire il giornalismo tradizionale, fornendo solo una parte della ‘dieta informativa’ di cui necessitano quotidianamente gli appassionati.”

Ringraziamo Guido Vaciago per il suo prezioso contributo. Continueremo a seguirlo sui social network e sui canali ufficiali di TuttoSport.

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