I social media giocano un ruolo sempre più importante e rappresentano degli asset strategici fondamentali per qualsiasi azienda, abilitando la disintermediazione.

Federazioni, club, gli stessi atleti (e chiunque altro in qualsiasi mercato) hanno l’opportunità di farsi media per partecipare alla competizione che si gioca su un altro terreno di gioco, quello virtuale, per vincere l’attenzione e il tempo delle persone. L’obiettivo? Generare nuove opportunità da capitalizzare, in modo diretto o indiretto. Un’evoluzione, questa, nella quale la tecnologia consente di raccogliere, archiviare e sfruttare le informazioni che i fan condividono, sulle quali, poi, costruire strategie targetizzate in modo sempre più preciso, sia nella profilazione dei contenuti che in quella dell’offerta commerciale. La Sport Industry, per core e caratteristiche – e in particolare la Football Industry per possibilità economiche –, è senza dubbio quella più avanti di tutte nell’interpretazione di tali dinamiche, ed è per questo che diventa esempio e riferimento per tutti gli altri ecosistemi.

Uno dei profili di maggior rilievo, in questo scenario, è senza dubbio quello di Giuliano Giorgetti, che, dopo il grande lavoro fatto all’Inter e l’esperienza con Eleven Sports, ha portato le sue conoscenze alla FIFA, dove oggi ricopre il ruolo di Head of Digital Content: «Il calcio vive al di fuori dei 90 minuti e in tutti i continenti. Non è solo dei grandi atleti ma di tutti gli appassionati, che lo praticano e che lo supportano in qualsiasi posto».


media house
Virtual14. Le parole di Giuliano Giorgetti.

Così il manager, che ha iniziato il suo percorso al Milan, spiegava al SFS il significato che la più alta istituzione calcistica dà a ‘LIVING FOOTBALL’, il claim scelto per comunicare la propria essenza, in un mondo che sta cambiando velocemente e che evolve i processi di comunicazione e di monetizzazione in funzione del digitale. Ed è proprio la trasformazione dei modelli di business il tema centrale della prefazione che, lo stesso Giuliano Giorgetti, ha scritto per il mio libro ‘Media House’:

Mi piace definire la media house come un atteggiamento del management, che, di fronte ad una decisione, su qualsiasi livello della scala gerarchica essa sia, che si tratti di operatività o strategia, la valuta all’interno di un percorso di cambiamento, con un approccio che definisca un progressivo miglioramento del know-how e della conoscenza, determinando una crescita costante della struttura, dei flussi di lavoro e della loro efficienza.

Questo uno dei passaggi più rilevanti del suo contributo – nel quale ha messo l’accento sul nuovo modo di pensare indispensabile per affrontare e maneggiare la vera e propria transizione culturale che stiamo vivendo –, che si può leggere all’inizio del mio libro – edito da Dario Flaccovio, in libreria e online dal 5 novembre –, nel quale ho tentato di evidenziare come si stia rivoluzionando la comunicazione delle aziende, in che modo ciò si intrecci con le grandi difficoltà che vive l’informazione e su quali basi poggino le nuove strategie e l’esigenza della media house, tra risorse, competenze e strutture necessarie per sfruttare al meglio la disintermedizione, partendo proprio dal mindset, imprescindibile per concretizzarne la visione.

Perché «ogni azienda è un media».

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