Siamo con Giovanni Ziccardi, Professore di Informatica Giuridica dell’Università di Milano. Seguiamo con grande interesse i suoi studi e gli abbiamo chiesto quest’intervista per parlarci della sua visione sulle evoluzioni della comunicazione e dell’informazione col digitale, e di come, queste ultime, incidano sui nuovi percorsi formativi in funzione delle competenze necessarie a maneggiare la complessità in cui viviamo.

Salve, Prof. Ziccardi, prima di tutto grazie per aver accettato di rilasciarci questa intervista per Virtual14.com, il Brand Magazine di Fanism, la nostra Digital Media House. Lei si occupa di informatica giuridica, ci racconta brevemente qual è stato il suo percorso personale?

“Grazie a voi, è un piacere. Ho iniziato a occuparmi di informatica giuridica subito dopo la laurea. La mia passione è nata a 14 anni, quando i miei genitori mi regalarono, nel 1984, il mio primo Commodore Plus/4. Ho passato tutti gli anni del Liceo classico a programmare, giocare ed esplorare questo nuovo mondo dell’informatica personale che era appena arrivato in Italia. Poi mi sono iscritto a Giurisprudenza e ho completato, dopo la laurea, un dottorato di ricerca all’Università di Bologna in informatica giuridica, con una tesi sui primi crimini informatici che si registravano in Italia. Bologna era, allora, al CIRFID, l’unico centro di ricerca in Italia che studiava la materia ad altissimi livelli, ed era coordinato dal Prof. Enrico Pattaro. Successivamente sono diventato avvocato e a 32 anni mi sono trasferito a Milano (dopo sette anni di attività universitaria tra Bologna e Modena) per approdare come professore in Statale, dove sono ancora oggi. Ho quindi mantenuto ‘fresco’ l’aspetto della passione dell’informatica, ma la mia base, e formazione, è prettamente giuridica.”

Lei ha scritto alcuni testi sull’odio online. In che modo si risolve questo problema, a suo modo di vedere?

“Sono tre le modalità migliori per fronteggiare questo problema enorme. L’uso dell’educazione, l’uso del diritto e l’uso delle tecnologie. Vi è, innanzitutto, un problema di educazione all’uso dei media e del linguaggio, non solo in capo ai giovani ma anche, ad esempio, in capo a politici e media. I soggetti che dovrebbero dare l’esempio abbassando i toni sono quelli che hanno compreso che l’odio è una valuta, che può portare voti, consensi, click o far vendere più copie. Per i più giovani, avere questi esempi comporta una grande difficoltà di cambiamento. In altre parole, si ritiene che quello sia il modo giusto di comportarsi. Ciò rende le attività di educazione all’uso responsabile delle tecnologie, soprattutto nelle scuole medie, molto faticoso e complesso. Il diritto, poi, dovrebbe intervenire nei casi estremi, senza soffocare la libertà di manifestazione del pensiero ma colpendo l’istigazione all’odio, ossia chi veicola odio nei confronti delle minoranze. Il problema non è tanto l’odio interpersonale ma l’odio sociale. Infine, la tecnologia dovrebbe aiutare, soprattutto sulle piattaforme, a isolare o evidenziare/marcare le espressioni d’odio, a profilare chi odia, a proteggere gli utenti. Ecco, non esiste una soluzione, ma un necessario buon equilibrio di queste tre.”

I suoi studi si concentrano anche su come le tecnologie possano essere sfruttate per acquisire potere e per controllare le persone. Crede che la nostra libertà sia minata? Se sì, in che modo? Ed eventualmente, come si affronta la questione? 

Siamo in un periodo storico di grande controllo. Si è parlato di ‘società dei sensori’, ossia ogni attività che noi facciamo online (ma anche passeggiando con addosso dispositivi elettronici) è monitorata, tracciata e conservata da qualcuno. Quindi sì, le tecnologie sono un ottimo strumento di controllo anche delle persone. La questione si affronta in un’ottica di rispetto dei diritti, di intervento normativo (GDPR), di trasparenza dei trattamenti (il cittadino deve sapere come e quando i suoi dati sono trattati). Anche le tecnologie possono poi aiutare il cittadino a evitare parzialmente il controllo. Si pensi alla crittografia, o agli strumenti di navigazione anonima.”


social media
Il pensiero del Prof. Giovanni Ziccardi.

Sempre centrale e cruciale è il ruolo dell’informazione, che, però, in assenza di un modello di business sostenibile, è progressivamente meno credibile, e la gente perde costantemente fiducia nei media. Assenza di fact checking, parziale (o nessuna) verifica delle fonti ed effetto framing sono solo alcuni dei problemi, col digitale che mette a disposizione di chiunque strumenti che abilitano la produzione di racconti finti e la creazione di realtà parallele nelle quali i fatti e la verità hanno sempre meno valore. In che direzione stiamo andando, a suo modo di vedere? Come si gestisce questa sovrapproduzione di contenuti? Crede sia corretto scindere ancora la comunicazione dall’informazione, che nello scenario digitale convivono con opinione e narrazione? 

Il tema della disinformazione è molto complesso perchè sin dalla sua nascita ha avuto forti legami anche con il mondo della politica e con la guerra tra Stati. Io dividerei tra bufale fatte girare da singoli (che possono, comunque, essere dannose alla società) e vere e proprie campagne organizzate per disinformare su alcuni temi (si pensi a campagne di disinformazione provenienti, ad esempio, dalla Russia). Il modo migliore per contrastare questi fenomeni è, anche in questo caso, l’educazione all’analisi delle notizie. Un vaglio accurato delle fonti, un confronto immediato con altre opinioni. Purtroppo non è semplice, l’attenzione ai contenuti online dura pochi secondi e l’attività di profilazione degli utenti porta a notizie che già sono plasmate per essere conformi alle idee di chi le riceve.”

In un contesto di questo tipo, nel quale realtà e percezione non sempre vanno di pari passo, nel quale saper comunicare bene è solo uno degli aspetti necessari e nel quale sembra sempre più assente il ‘pensiero critico’ in chi legge/ascolta/osserva, come cambia la formazione? In che modo l’Università si modella in funzione della trasformazione digitale e del suo impatto sulle dinamiche comportamentali, relazionali, sociali e professionali? Come cambia l’insegnamento e come si evolve il suo ruolo? 

“Secondo me dipende molto dal tipo di materia e facoltà. Nelle facoltà umanistiche, è molto importante far comprendere come anche la società digitale sia fondata sul nostro passato, e quindi come sia importante comprendere i fenomeni sin dalla loro origine. Il non conoscere le radici, il voler eliminare il passato in una corsa estrema verso il futuro, fa spesso perdere la sostanza delle cose. La situazione nella quale ci troviamo oggi, con riferimento alla protezione dei dati, al controllo, è figlia diretta della seconda guerra mondiale, dei fascismi, nazismi e totalitarismi che hanno portato alla visione tipicamente europea della protezione del dato, al periodo della Stasi ma anche alle guerre e ai genocidi nella ex Jugoslavia. Stefano Rodotà, ad esempio, sottolineava continuamente questi aspetti. Il pensiero critico si sviluppa con approcci così ampi. Nelle facoltà più tecniche, invece, sono i temi dei big data e della intelligenza artificiale, oltre a quello della cybersecurity e della nuova etica nell’uso dell’informatica, a farla da padroni. In questo caso, occorre un aggiornamento costante e, anche qui, una raffinata analisi geopolitica ad esempio sui tre grandi ‘mondi’ che si stanno creando nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, ossia l’approccio europeo, quello cinese e quello americano. Secondo me l’evoluzione dovrà sempre più essere radicata a un rigore culturale, etico, storico e filosofico. Pur guardando avanti.”

Brand Journalism e Brand Entertainment. Le aziende si stanno trasformando in veri e propri media, organizzandosi come delle redazioni. Nel mio ultimo libro ho parlato proprio della Media House, come sintesi organizzativa di un nuovo modo di pensare, che nasce dall’esigenza di ottimizzare i processi di produzione e distribuzione del contenuto per relazionarsi con gli utenti su qualsiasi piattaforma essi si trovino e in ogni momento, in un nuovo modello di business che punta all’ubiquità. Partendo dalla crisi dell’informazione e dalle evoluzioni della comunicazione, attraverso l’analisi di importanti casi studio, cerco anche di spiegare, citandola, le dinamiche che viviamo sui social media e in che modo va insegnato un nuovo mindset. Quindi le chiedo: quali sono, oggi, a suo modo di vedere, le competenze che deve avere chi si occupa di comunicazione? Qual è il percorso formativo ideale per chi dovrà occuparsene?

Oggi abbiamo necessità, in ogni campo, di profili ibridi. Anche il giurista, profilo che conosco bene, si sta trasformando e sta diventando esperto di marketing, di comunicazione, di knowledge management, di database e persino di programmazione. Chi si occupa di comunicazione, oggi, ha come primo requisito necessario quello di saper scrivere bene. Deve conoscere poi come funzionano le modalità di diffusione dei contenuti sui social network, deve avere un lato creativo ma che sia ‘pulito’ (non deve farsi tentare dall’uso del linguaggio d’odio o da volgarità come strumenti che chiaramente portano più attenzione) e, quindi, deve rispettare sempre di più l’etica e la deontologia in tanti ambiti (penso ad alcune testate nazionali o programmi televisivi) dove il rigore deontologico è stato da tempo dimenticato. La differenza la faranno qualità, rigore professionale, capacità di adattarsi a un mondo in cambiamento costante e un approccio ibrido e ad ampio respiro, con competenze trasversali.”

Ringraziamo il Prof. Giovanni Ziccardi per il suo prezioso contributo. Continueremo a seguire le sue attività e i suoi studi.

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