Era il 22 Febbraio quando, su tutti i giornali e i media in genere, non si faceva altro che parlare del ‘paziente uno’, a Codogno: “Mi chiamarono per coprire un turno di guardia proprio lì, in quello che era considerato l’epicentro del Coronavirus in Italia, l’ospedale di Codogno. Nel tragitto in macchina da Lodi, mi sono confrontato con una paura tutta umana: l’angoscia per l’ignoto. Poi sono arrivato. Ho visto i colleghi stanchi ma ancora pieni di motivazione. Allora mi sono fatto coraggio. E ho cominciato la ‘vestizione’ per entrare in reparto”. Così raccontava ad HuffingtonPost Francesco Tursi, che quel giorno, senza saperlo, iniziava un’esperienza – da medico, prima, e da paziente, poi – che gli avrebbe cambiato la vita. Oggi abbiamo il piacere di pubblicare la chiacchierata che ha ci ha gentilmente concesso per descriverci le sue emozioni e, soprattutto, per spiegarci il suo punto di vista su come questa emergenza è stata (ed è ancora oggi) comunicata, evidenziando quanto l’informazione sia impattante sulla percezione delle persone e, di conseguenza, sulla loro vita. Ed anche sottolineando, quindi, quanto sia sempre più necessario, per le ATS e le ASL, migliorare la comunicazione coi pazienti – anche attraverso le strutture ospedaliere e per gli operatori sanitari –, organizzandosi per informare correttamente e direttamente la popolazione.

Gentile Dott. Tursi, la ringraziamo per aver accettato di rilasciarci questa intervista. Lei è un pneumologo e referente area Covid-19 di Codogno, una delle zone dove è iniziata in Italia questa emergenza, che ha avuto un impatto globale senza precedenti, dalla salute pubblica alla politica, fino all’economia. Come pensa che l’accesso alle cure mediche sia stato influenzato dal COVID-19? Quanti di questi cambiamenti persisteranno nel tempo? Quanto, concretamente, sono state influenzate le attività quotidiane degli operatori sanitari?

“Covid-19 ha avuto un impatto considerevole sull’accesso alle cure mediche, sia per quanto riguarda le patologie ad insorgenza acuta che per quelle croniche, impattando sia sulle attività di monitoraggio della terapia che sulla patologia in sé. C’è un incremento nei tempi delle singole procedure che, quindi, diminuisce la disponibilità delle strutture e allunga i tempi d’intervento sui pazienti. Tutto ciò si vivrà ancora per molto tempo ma, di sicuro, il cambiamento più sostanziale è quello che riguarda la vita degli operatori sanitari, costretti a indossare un vestiario specifico e a bardarsi in modo accurato per evitare di contrarre il virus. E con questa, varie altre procedure hanno subito evoluzioni che impegnano notevolmente in termini di tempo e processi, portando spesso a turni più lunghi e a percorsi totalmente differenti rispetto a prima. In questo momento, onestamente, non so dire per quanto tutto questo durerà, ma faccio fatica a vedere la luce in fondo al tunnel.”

Siamo nell’era dell’Infodemia, con un sovraccarico di informazioni e la circolazione di notizie, spesso non verificate, che confondono l’opinione pubblica. Come pensa che la politica e i media generalisti abbiano gestito l’informazione e la comunicazione su Covid-19, in uno scenario nel quale anche molti virologi sono spesso presenti in prima linea? 

“In merito alla politica preferisco non rispondere, ma posso dire che non vorrei mai essere, in questo momento, nei panni di chi deve prendere decisioni. Perché, nonostante tutti sembrino avere soluzioni, vivendola in prima persona posso dire che non è affatto semplice. Relativamente ai media, di sicuro il problema è che se il primo obiettivo è il titolo ad effetto per catturare l’attenzione, si fa fatica a informare realmente verificando le informazioni e le notizie che si diffondono. Tutto ciò ha generato un caos mediatico che si è riversato sulle persone, che purtroppo troppo spesso non hanno compreso come comportarsi.”

Che ruolo hanno avuto, e hanno tuttora, in questa emergenza, i social media? 

“I social media hanno enormi potenzialità, ma dipende dall’uso che si fa dello strumento. Troppo spesso sono veicolo di notizie false, eppure, allo stesso tempo, per esperienza diretta posso dire che sono molto utili. Faccio parte di due gruppi di medici su Facebook (ADET e PLEURAL-HUB), per esempio, in cui ci sono profili professionali di tutta Italia, nei quali abbiamo avuto modo di condividere esperienze e casi specifici, per aggiornarci a vicenda e migliorare più in fretta le conoscenze su un nemico per tutti sconosciuto.”


brand journalism e medicina
Virtual14. Il Dott. Francesco Tursi ci racconta la sua esperienza con Covid-19.

Questa pandemia ci ha insegnato, quindi, quanto l’informazione medico-scientifica sia cruciale. Non solo in ambito specialistico, ma soprattutto a scopo divulgativo. Per informare in maniera accessibile e creare di conseguenza un rapporto di ‘trust’ su cui si basa l’alleanza tra il medico e il paziente, tra lo scienziato e la comunità. Quale crede debba essere il ruolo delle ATS, delle ASL e delle strutture ospedaliere nella divulgazione medico-scientifica? Qual è la sua esperienza diretta? Come vede questo settore implementato nel futuro dell’ospedale in cui lavora?

“Ad essere onesto, prima di questa pandemia era un problema che non mi ero mai posto, eppure ora lo sto vivendo quotidianamente. Ho fatto questa esperienza da medico e da paziente, e, in quest’ultimo caso, una volta scoperta la mia positività, io stesso facevo fatica a comprendere cosa fare. Sfido chiunque, ancora oggi, a definirlo e a spiegarlo con certezza. La mancanza di chiarezza che ci circonda mi fa pensare che le ATS e le ASL, allineandosi con strutture ospedaliere e operatori sanitari, debbano organizzarsi per informare in modo diretto, disintermediato, le persone. Evitando che queste ultime cerchino informazioni altrove, rischiando di imbattersi in qualcosa di poco chiaro o, peggio, fuorviante.”

Per concludere, visto il suo impegno a Codogno, qual è la situazione in questo momento lì dove a Marzo si è vissuta una delle esperienze più drammatiche?

“La situazione attuale è differente da quella di Febbraio-Marzo, perché la maggior parte dei contagi, in questo momento, è concentrata nella zona di Milano. In ogni caso, in funzione di quanto abbiamo vissuto, ci siamo organizzati in termini di spazi, di strutture, di percorsi e di cure, per fare in modo da arrivare più pronti ad una eventuale nuova emergenza nel nostro ospedale e nella nostra zona, dove già qualche mese fa sarebbe stato necessario potenziare la comunicazione col territorio per evitare che i pazienti ammalati si aggravassero a casa e avessero poi bisogno di essere ospedalizzati. In alcuni casi, quando era ormai troppo tardi. Ci tengo anche a sottolineare una intuizione che abbiamo avuto e abbiamo condiviso con molti nostri colleghi: visti i tempi necessari per fare i tamponi e ricevere i risultati, abbiamo optato per l’ecografia come esame diagnostico, perché sì, è vero che non è efficace quando il polmone è sano, ma abbiamo avuto conferma di quanto lo sia nell’evidenziare la polmonite bilaterale interstiziale. Questo ci ha spesso consentito di anticipare i tempi e di intervenire senza la necessità di aspettare e senza l’esigenza di sottoporre continuamente gli ammalati a tac e risonanze.”

Ringraziamo il Dott. Tursi per il suo contributo, che conferma l’enorme importanza di una corretta informazione medica e, per ATS, ASL, ospedali e operatori sanitari, di strutturare ecosistemi digitali ben organizzati per comunicare in modo diretto e chiaro con le persone.

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