Siamo con Federico Ferrazza, Direttore di Wired, uno degli esempi migliori di trasformazione digitale di un media. Seguiamo le loro attività e gli abbiamo chiesto, per questo, un’intervista per parlarci del proprio lavoro e della sua visione sulle evoluzioni della comunicazione e dell’informazione.

Ciao Federico, prima di tutto grazie per aver accettato di rilasciarci questa intervista per Virtual14.com, il Brand Magazine di Fanism, la nostra Digital Media House. Sei il direttore di una testata che parla di digitale, innovazione e tecnologia (tra gli altri temi), che è nel pieno del suo processo di trasformazione digitale. Ci racconti brevemente qual è stato il tuo percorso professionale?

“Prima di Wired, ero socio di un’azienda che esiste ancora oggi e che si chiama Galileo. Forniva e fornisce contenuti giornalistici a varie testate, tra cui proprio Wired, dove sono entrato nel 2010 come responsabile dell’area digital, che, al tempo, riguardava quasi esclusivamente il sito, un po’ i social, e poi c’era da sviluppare tutto il resto. Nel 2013 sono diventato vicedirettore, pur restando focalizzato sulla parte web e, nel 2015, sono diventato direttore. La mia competenza è a metà strada tra informazione e i temi che trattiamo, ovvero innovazione e digital, con una forte focalizzazione sul business, che mi ha permesso di crescere dentro Wired e che è tra gli obiettivi del mio lavoro di direttore, che, nel 2020, deve lavorare anche per sviluppare nuovi modelli di business, con l’obiettivo di far nascere nuove opportunità. Prima l’importante era saper fare un giornale, oggi siamo più distratti, non solo da altre forme di informazione, e il gesto di andare in edicola a comprare il quotidiano è quasi sparito. Inoltre, accediamo senza problemi ad informazione gratis.”

Quando ci siamo incontrati per il mio ultimo libro, abbiamo parlato di Wired, che, mi hai spiegato, è diventato un ‘media col brand al centro’. Come cambia il modello di business di una realtà come la vostra?

“Oggi come oggi è un modello di business molto simile a quello che prevede la pubblicità sui giornali. Creiamo dei prodotti che ospitano degli investitori. Sono prodotti digitali, eventi, … Ciò che dobbiamo implementare è il ‘direct consumer’, ovvero provare a vendere all’utente finale, in modo da non avere più la necessità di essere sovvenzionati dalla pubblicità.”

Quanto, per Wired, è importante l’identità? E quanto, questa identità, influenza i contenuti che produce in funzione dell’audience a cui si pone l’obiettivo di distribuirli? Pensi che l’informazione generalista stia lasciando il passo a una informazione più verticale?

“L’identità è importante per tutti. C’è chi la considera più o meno centrale, ma credo che l’identità di brand sia fondamentale per chi vuole fare informazione nel 2020. Dà il tono di voce, rassicura i lettori, è un tratto distintivo rispetto ai competitor. I quotidiani generalisti soffrono, è vero, ma non credo stiano morendo. Penso che il problema sia soprattutto di modello.”


brand journalism
Virtual14. Intervista a Federico Ferrazza.

La recente pandemia sembra aver spiegato al meglio il concetto di infodemia, un sovraccarico di informazioni nel quale è difficile comprendere cosa è reale e cosa non lo è, soprattutto in funzione dell’esigenza di monetizzazione, subordinata (online) ai click e alle visualizzazioni. Qual è il tuo parere? Esiste un modello di business credibile per il giornalismo, che sembra perdere giorno dopo giorno credibilità?

“Io penso che esista un problema di prodotto. Se continuiamo a fare prodotti di carta, dobbiamo sapere che quelli sono sempre meno acquistati dalle persone. Da questo non se ne esce. Per Wired siamo partiti dai valori, dall’identità, a prescindere dai prodotti che realizziamo. Oggi non siamo più, semplicemente, un giornale, ma ‘facciamo un giornale’, che è diverso. Molti, invece, sono ancora troppo schiacciati su quell’idea obsoleta. Bisogna individuare la propria identità e gli interlocutori ai quali ci si vuole rivolgere. Poi, su queste basi, è necessario costruire una serie di prodotti e servizi che offrano contenuti alle persone, non solo in formato cartaceo. Questo è il lavoro che noi abbiamo fatto, anche se per noi è più semplice, perché siamo facilmente riconoscibili. Per altri è più complicato, soprattutto in un certo contesto sociale e politico, che va necessariamente reinterpretato.”

Fact checking, effetto framing, newsjacking. Di recente è stata creata una (tra le tante) task force per combattere le fake news. Un tentativo piuttosto inutile. Come credi, invece, le si possa realmente combattere, ammesso che sia possibile?

“Qualsiasi giornale nasce per pubblicare notizie reali e non fake news. Credo che la maggior parte degli errori non venga fatta in malafede, e che, quindi, debbano essere combattute soprattutto dalle persone, che devono sapersi orientare nel mare magnum dell’informazione. Il lavoro che possiamo fare noi è fare una buona informazione. Allargando la questione ai politici, invece: se uno li vota, poi se li tiene. In alcuni casi il loro populismo si manifesta dicendo alla gente ciò che la gente vuole sentirsi dire. In quel caso il problema è della gente, non dei politici che lo fanno e che, in teoria, comunque si muovono all’interno di un perimetro consentito dalla legge. In Italia abbiamo il vecchio vizio di scegliere dei nemici, ma il tema non credo sia individuare dei nomi non all’altezza, quanto avere alternative capaci. In ogni caso, questo tipo di scenario è presente un po’ in tutti i Paesi e non è una prerogativa di questi tempi.”

Le aziende si stanno trasformando in veri e propri media, per generare contenuti da diffondere sfruttando le nuove tecnologie, organizzandosi come delle redazioni. Brand Journalism, Media House e nuovi ecosistemi digitali strutturati sulle dinamiche dell’informazione, sfruttando la tecnologia per produrre e diffondere contenuti in format di vario tipo, per intrattenere e intercettare i propri target. Qual è il tuo parere, in tal senso? In che direzione sta andando la comunicazione aziendale? Credi che le aziende possano avere un ruolo informativo, mantenendo intatta trasparenza ed etica?

Sì, penso possano che le aziende possano diventare fonte di informazione credibile, ma facendo in modo da rendere esplicito il punto di vista da cui partono, perché difficilmente un’azienda parlerà male di sé stessa e quello potrebbe essere un conflitto di interessi. Conflitto che, però, in realtà, in fin dei conti hanno tutti i giornali.”

Ringraziamo Federico Ferrazza per il suo prezioso contributo. Continueremo a seguire le sue attività e quelle di Wired.

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