La globalizzazione del web ha modificato profondamente la nostra cultura, non da ultimo segnando uno spartiacque nelle dinamiche della comunicazione medico-paziente.

In passato, tra questi due poli, c’era un dialogo, giocoforza, unilaterale e limitato: il medico era colui che aveva l’ultima, indiscutibile, parola. Oggi internet ha fornito, a persone di ogni sorta, l’accesso a un’enorme quantità di informazioni – perlopiù frammentate, illusoriamente funzionali ed esaustive – mescolando verità e menzogna, esercitando la seduzione di una comprensione che è ben lungi dall’essere reale.

La recente pandemia, in questo scenario, che ha avuto un impatto mondiale senza precedenti, dalla salute pubblica alla politica, con gravi ripercussioni sull’economia, ha portato un cambiamento paradigmatico che ha appesantito il bagaglio – fatto più di zavorra che di realtà – delle difficoltà che vive il mondo dell’informazione, nel quale molti, in malafede e no, hanno cominciato a mettere in discussione figure professionali come quella del medico o dello scienziato.


social media e odio
Virtual14. Il pensiero del Dott. Fabrizio Pregliasco.

Anche se spesso non è stupidità, ma malafede, le parole del Prof. Fabrizio Pregliasco, Direttore Sanitario dell’Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, Professore presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano e presidente nazionale dell’ANPAS, danno l’esatta dimensione di un problema che, fomentato troppo spesso dai media, si ripercuote sulle persone, ormai incapaci di scindere il vero dal falso.

È incredibile come la stupidità umana si inserisca nel costruire fake news pericolose.

Perché la fortuna delle fake news in generale, e di quelle mediche in particolare, si deve soprattutto alla nostra fragilità: abbiamo bisogno di essere sedotti da informazioni che, a fronte delle nostre, lecite, preoccupazioni, offrano una speranza, e, magari, soluzioni facili e rapide. È spesso una questione di linguaggio. Le fake news trasmettono messaggi chiari e semplici, alla portata di tutti, mentre le informazioni reali sono meno indorate dalla fantasia, si muovono all’interno di certi limiti: concetti più difficili da comprendere e da accettare, soluzioni che comportano sacrifici e, magari, risultati più modesti.

Ecco perché proprio questa pandemia, di conseguenza, ci ha insegnato quanto l’informazione medico-scientifica sia cruciale, non solo in ambito specialistico, ma soprattutto a scopo divulgativo. Per informare in maniera accessibile e creare di conseguenza un rapporto di fiducia – un ‘patrimonio’ da costruire e investire – su cui si basa l’alleanza tra il medico e il paziente, tra lo scienziato e la comunità, con un ruolo centrale che va interpretato dalle Istituzioni Accademiche.

Come viene gestita, quindi, la comunicazione scientifica e l’informazione sulla ricerca? Esiste una strategia digitale nelle strutture ospedaliere e nelle università? Che tipo di attività online vengono organizzate e che importanza viene data alla divulgazione sui social media? Di questo e molto altro, analizzando l’informazione prodotta intorno al COVID-19 e alcuni casi studio specifici, ha parlato Michele Bosco nel suo nuovo libro ‘Media House’, edito da Dario Flaccovio, per spiegare come l’informazione e la comunicazione siano sempre più sovrapponibili, e come questo crei opportunità per le imprese in una evoluta strategia di marketing basata sul brand journalism, in un percorso che continuerà sul nostro brand magazine, tra interviste e approfondimenti.

Perché, anche nell’ecosistema medico, «ogni azienda è un media».

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