No, il punto interrogativo non è un refuso. Twitter, lo storico social network, ha festeggiato i suoi primi dieci anni: tanti, se pensiamo a come scorre velocemente il tempo nella dimensione virtuale, pochi se pensiamo ai cambiamenti ancora in corso e alle possibilità che il futuro offre. Sicuramente questo compleanno – se buono o meno lo scopriremo solo col tempo – rappresenta un’occasione per fare il punto della situazione e tirare qualche somma.

Tutto cominciò con un cinguettio

“Just setting my twttr” – “Sto impostando il mio twttr” – : è il 21 marzo 2006 e con questo primo cinguettio – scritto da Jack Dorsey , uno dei fondatori insieme a Ev Williams, Noah Glass Biz Stone – Twitter fa sentire per la prima volta, in via ufficiale, la sua voce al popolo del web. Nato da una costola di Odeo – un programma per pubblicare messaggi su internet usando lo smartphone – Twitter da quel, non tanto, lontano 2006 è cresciuto in maniera esponenziale: nel 2007 il numero di tweet era già triplicato, nel 2010 contava già 50 milioni di iscritti, mentre oggi siamo a 320 milioni. Molte sono le date importanti in questa storia breve, ma densa di avvenimenti. Ricordiamone qualcuna: 2007: il primo hashtag, il cancelletto che consente di dividere i messaggi per temi, 2009: viene raggiunto il primo milione di utenti, 2013 : Twitter acquisisce Vine e finalmente è possibile allegare brevi video ai testi. A scandire i momenti più importanti ci sono anche i tweet da record: quello di Barack Obama per la rielezione nel 2007, il primo tweet dallo spazio dell’astronauta Timothy Creamer nel 2012, e quello più retweettato di sempre, pubblicato da Ellen DeGeneres durante la notte degli Oscar nel 2014 e condiviso da più di tre milioni di persone.

La storia si fa comunicazione

Twitter non ha solo una storia avvincente alle spalle, Twitter è il social media che ha fatto la storia trasformandosi non solo in una cassa di risonanza per certi eventi, ma diventando, a tutti gli effetti, la voce della storia nel suo stesso accadere: dalla lotta per la democrazia della Primavera araba, agli attentati di Parigi, dalla cattura di Osama Bin Laden al tweet di Leonardo Di Caprio vincitore del premio Oscar, non c’è un evento – politico, sportivo, di costume – degli ultimi 10 anni che non abbia lasciato un segno scritto in 140 caratteri. Twitter ha, in un certo senso, riconsegnato la storia a chi la vive in prima persona: gente comune, ma anche vip personaggi politici che ne hanno fatto il social prediletto per eccellenza. Persino Papa Francesco ha un suo account personale. Twitter è, in un certo senso, un social network “democratico” perchè avvicina i personaggi importanti al pubblico e da a tutti, allo stesso modo, la possibilità di esprimere il loro parere.

Un nuovo modo di comunicare…

Lo stile asciutto ed essenziale dovuto ai 140 caratteri, l’uso degli hashtag per contrassegnare le parole chiave, la possibilità di retweettare – cioè di condividere con i propri followers i contenuti più interessanti – , l’interazione in tempo reale con il pubblico, hanno cambiato profondamente il modo di comunicare e di diffondere le notizie, anche da parte degli organi ufficiali della comunicazione. In alcuni casi – gli attentati di Parigi ne sono un esempio – Twitter ha anticipato qualsiasi altro canale, tradizionale e non, nel dare la notizia, perchè a scrivere erano quelli che vivevano gli eventi in prima persona. Per molti Twitter è il modo più semplice per restare aggiornati, in tempo reale, sulle notizie che più interessano.

…e un nuovo modo di fare marketing

Twitter è stato in tutti questi anni lo strumento con cui le più grandi aziende – la Coca-Cola, tanto per fare un nome – hanno tastato il polso del proprio pubblico per conoscerne opinioni e gusti, ma anche un potente mezzo per farsi pubblicità, soprattutto attraverso i tweet degli opinion leader e degli influencer. Uno dei casi più famosi è sicuramente quello del tweet Oreo: durante il Super Bowl del 2013 un blackout ha oscurato le luci del Superdome, lo stadio di New Orleans dove si teneva la partita, per ben 34 minuti. Il cinguettio pubblicato dall’account ufficiale dei famosi biscotti – considerato una delle più brillanti azioni di social media advertising di sempre – diceva pressappoco così: ” Blackout? Nessun problema. Puoi inzuppare anche al buio!” e mostrava la foto di un biscotto. Un successo – il tweet ha avuto 15.000 retweet e ha ricevuto 20.000 like con la successiva condivisione su Facebook – creato in pochi minuti, sfruttando l’evento – il Super Bowl è seguito da milioni di americani – e la “fortuna”: migliaia di utenti si erano precipitati in rete a commentare il blackout.

Non è tutto oro quello che luccica

E Twitter non sembra fare eccezione. Negli ultimi mesi del 2015 l’uccellino azzurro ha subito una perdita di circa 90 milioni di dollari ed, in effetti, nel breve/lungo corso della sua storia non ha mai chiuso un bilancio in attivo, nonostante le premesse e l’entusiasmo del pubblico: già nel 2013 le azioni hanno perso il 50% del loro valore. Il progresso esponenziale di cui parlavamo all’inizio ha subito una stasi dalla quale sembra che Twitter ancora non voglia uscire. I numeri parlano chiaro: la crescita c’è, ma non è sufficiente. Twitter si trova a confrontarsi con i 1,6 miliardi di utenti di Facebook e il miliardo – ciascuno – di YouTube e WhatsApp, ed è stato superato anche da Instagram, Tumblr e WeChat. Il social network tanto necessario a vip, rockstar e politici non riesce più ad espandersi e, purtroppo, trova le ragioni del suo fallimento proprio in quei punti di forza che tanto lo rendono caratteristico e che, come in un brutto sogno, si sono trasformati in altrettanti limiti: i messaggi troppo stringati – 140 caratteri sono davvero pochi – , l’impossibilità di crearsi una vetrina/bacheca come su Facebook o Instagram, la grafica spartana, essenziale, l’impersonalità che fa sentire gli utenti da soli e li fa preferire piattaforme che offrano il vantaggio di un’interazione più varia e anche di maggiore privacy.

L’unica buona abitudine è non avere abitudini

“Dopo aver fatto sempre la stessa cosa nello stesso modo per due anni, inizia a guardarla con attenzione. Dopo cinque anni, guardala con sospetto. E dopo dieci anni, gettala via e ricomincia di nuovo tutto.”
Alfred Edward Perlman

Twitter, dunque, è davvero giunto alla fine della sua parabola? La risposta è no…o probabilmente no. Tutto sta nella capacità di cambiare. Il più grande errore di Twitter è stato infatti quello di non cambiare mai, di voler conservare un’identità che, però, si è rivelata un’identità tutt’altro che forte. Rimasto sempre in bilico tra il social media e il microblogging, ci si è sempre preoccupati di enfatizzare il suo ruolo di piattaforma informativa – ruolo che, peraltro, ha svolto egregiamente – senza percepire il costante allontanamento del pubblico: un occhio sul mondo che non ha saputo vedere ciò che era più vicino. Eppure il potenziale per superare la crisi c’è tutto: piccoli, consistenti, cambiamenti – si parla già di un numero di caratteri molto più alto – che permetterebbero al social di colmare il divario che, ormai, lo separa dagli altri…con l’augurio che passino molto meno che dieci anni.


 

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“L’associazione tra web marketing e giornalismo è sempre più d’attualità. Entrambi si basano sul contenuto e quest’ultimo diventa progressivamente più legato alle dinamiche del web. Con l’avvento dei Social Network sono cambiate le abitudini delle persone. Le fonti per reperire notizie, sempre più spesso, non sono più i canali tradizionali ma le piattaforme di aggregazione digitale, i blog o i gli stessi siti internet aziendali. Inoltre, ogni evento acquisisce eco alimentandosi dagli utenti stessi. Chi diffonde la notizia deve essere semplicemente bravo a canalizzarla nel modo giusto. La rete farà il resto.”


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