Siamo con Arianna Ciccone, fondatrice dell’Internartional Journalism Festival e di Valigia Blu. Seguiamo con attenzione le sue attività e le abbiamo chiesto, quindi, quest’intervista per parlarci del proprio lavoro e di tutto ciò che riguarda lo scenario informativo attuale.

Ciao Arianna, prima di tutto grazie per aver accettato di rilasciarci questa intervista. Ti occupi di informazione e, in particolar modo, di giornalismo di approfondimento, in uno scenario quanto mai superficiale. Qual è stato il tuo percorso personale?

“Mi sono laureata in filosofia a Napoli, poi ho fatto il corso di giornalismo alla Scuola di Urbino, da lì varie esperienze in redazioni di mensili, settimanali, quotidiani e radio. Fino a quando ho deciso di fondare la mia agenzia di comunicazione. Dopo poco è nata l’idea del Festival Internazionale del Giornalismo e poi l’impegno con Valigia Blu, che nasce da una mobilitazione dal basso per chiedere una rettifica di una notizia falsa al TG1, più di 10 anni fa ormai.”

Come si sviluppa il tuo lavoro, all’interno di Valigia Blu? Quali sono le principali attività di cui ti occupi e che coordini? Come scegliete i contenuti da produrre e quali sono gli obiettivi del modello di informazione di una realtà come la vostra?

Valigia Blu è un blog collettivo, molto anomalo. C’è un forte controllo editoriale da parte del team che ci lavora. Io dirigo la squadra e mi occupo soprattutto di social media e media. I contenuti che scegliamo di coprire sono il frutto di una attenta selezione del panorama internazionale – su temi che vanno dalla scienza al clima, ai diritti, ai movimenti di protesta –, ma anche e soprattutto conseguenza di ascolto delle conversazioni online e della nostra community. Perché questo è lo strumento più potete che abbiamo per capire come renderci utili. Quando cioè può servire un nostro approfondimento, su quali tematiche, rispondendo a quali dubbi, esigenze informative. Uno dei nostri slogan è infatti: proviamo creare senso dove c’è rumore. Ed è proprio questo il nostro obiettivo: offrire contenuti utili ai lettori per orientarsi fra i fatti del mondo, evitando accuratamente di fare ‘rumore’ (pubblichiamo pochi contenuti al giorno, al massimo 3-4), stando bene attenti ad affrontare tematiche, argomenti su cui c’è molta confusione, quindi che necessitano di chiarezza e completezza, evitando completamente cronaca e flusso mainstream.”

I social media giocano un ruolo sempre più importante e, nella gara dell’attenzione, diventano asset strategici per chiunque, abilitando la disintermediazione. La pandemia che viviamo, in particolar modo, sembra ‘spiegare’ al meglio il concetto di infodemia. Qual è il tuo parere? 

Penso che i social siano un fattore formidabile di democratizzazione del discorso pubblico. Oggi ognuno di noi ha più potere (da più potere deriva anche più responsabilità), più ‘voce’, più fonti, più possibilità di confronto. E questo è un bene. Ma, come sempre, alle cose positive si affiancano aspetti negativi. E quindi il prezzo che paghiamo a fronte di questo ampliamento del diritto di parola e di accesso all’informazione è, appunto, l’esperienza inevitabile di infodemia e disinformazione. Dobbiamo imparare come individui e come collettività a navigare questo mare di opportunità e pericoli.”


informazione e loyalty
Virtual14. Il pensiero di Arianna Ciccone.

La gente ha sempre meno fiducia nei media e nella politica, che sembrano più concentrati su clickbaiting e propaganda che su corretta informazione e tutela degli interessi degli elettori. Cosa ne pensi? Da dove nasce questa situazione? Quali gli scenari a medio e lungo termine? Esiste un modello di business credibile per il giornalismo? Qual è la tua esperienza con Valigia Blu e con un giornalismo sostenuto dalla community e dalla fiducia che ne ottiene? 

“Questa situazione ha radici lontane, in decenni e decenni di cambiamenti e trasformazioni, della società, dell’economia, dei modelli di business, della partecipazione, etc. etc. La crisi di media e politica, per certi versi, direi soprattutto qui da noi poi, è assolutamente speculare. Proprio per lo storico rapporto di vicinanza dei media al potere o per la storia della nostra TV pubblica e privata. Le ragioni della crisi, lo scollamento con i lettori/elettori, il collasso del tasso di fiducia hanno a mio avviso le stesse radici. Non credo che esista un modello di business unico per il giornalismo, ci sono più modelli, ognuno con obiettivi e caratteristiche proprie, specifiche, a seconda dell’obiettivo che li anima, della cultura che li permea e così via… L’esperienza di VB è unica e non replicabile. VB nasce dal basso, sui social, poi si struttura col tempo, prendendo sempre più la forma che gli stessi lettori ci hanno indicato negli anni con le loro discussioni, i loro suggerimenti, il loro stesso modo di informarsi… Ma VB non è un modello di business, si basa sull’impegno di diverse persone che vedono le varie attività di VB come una sorta di responsabilità civica. In questo caso il giornalismo è vissuto come missione, servizio ai lettori. È informazione che cerca un modello sostenibile, ma non profitto. Umanamente è una esperienza incredibile, fatta di legami fra persone più che fra giornalisti e lettori.”

Fact checking, effetto framing, newsjacking. Di recente è stata creata una (tra le tante) task force per combattere le fake news. Un tentativo piuttosto inutile. Come credi, invece, le si possa realmente combattere, ammesso che sia possibile?

“Penso che l’unica possibilità è rendere i cittadini consapevoli, responsabili, informati nel modo più corretto e completo possibile. Si comincia dalle scuole: media literacy, educazione all’empatia, al pensiero critico. Non è nel compito del giornalismo far cambiare idea a chi non ha intenzione di cambiare idea impugnando la forza dei fatti. Il giornalismo offre bussole, strumenti… Le fake news non sono il problema. Il problema è che si è spezzato il rapporto di fiducia fra i cittadini e le istituzioni (politiche, mediatiche). Ed è di questo che dovremmo preoccuparci e occuparci.”

Che cos’è l’auto-polarizzazione? Quanto contribuiscono, e in che modo, le persone alla confusione mediatica in cui viviamo? Si può sostenere, a tuo modo di vedere, che la realtà ha sempre meno valore, a vantaggio della percezione che si riesce a generare con la narrazione?

“Non so cosa sia l’auto-polarizzazione, onestamente. Se si intende la tendenza delle persone a cercare informazioni che confermano posizioni e giudizi pre-esistenti, questa dinamica (come le ‘fake news’) è sempre esistita, da quando esistono il giornalismo e la comunicazione. Leggiamo sempre lo stesso giornale, guardiamo sempre il nostro programma di informazione preferito. Direi che oggi, grazie ai social, al web, abbiamo più occasioni per incontrare idee diverse e mettere in discussione le nostre certezze, i nostri convincimenti. Parlo di occasioni, chiaramente. Dipende poi da noi se siamo capaci di sfruttarle o meno.”

Le aziende si stanno trasformando in veri e propri media, per generare contenuti da diffondere sfruttando le nuove tecnologie, organizzandosi come delle redazioni. Media House e nuovi ecosistemi digitali strutturati sulle dinamiche dell’informazione, per intrattenere e intercettare i propri target. Qual è il tuo parere, in tal senso? Credi che le aziende possano avere un ruolo informativo, mantenendo intatta trasparenza ed etica?

“Le aziende, le fondazioni, le associazioni, le no profit, le ONG sono tutte realtà che informano. Il giornalismo deve occuparsi di stabilire se le informazioni sono corrette.”

Ringraziamo Arianna Ciccone per il suo prezioso contributo. Continueremo a seguire i suoi approfondimenti su Valigia Blu 

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