Siamo con Anna Maria Lorusso, Professore Associato di Filosofia e Teoria dei Linguaggi, Coordinatore del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, nonché Direttore del Master in Editoria cartacea e digitale presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna. Le abbiamo chiesto quest’intervista per parlarci della sua visione sulle evoluzioni della comunicazione e dell’informazione col digitale, e di come, queste ultime, incidano sui nuovi percorsi formativi.

Salve Prof.ssa Lorusso, prima di tutto grazie per aver accettato di rilasciarci questa intervista. Virtual14.com è il Brand Magazine di Fanism, la nostra Digital Media House che opera nell’intersezione tra comunicazione, intrattenimento e informazione per un nuovo modello di business che punta a sfruttare la trasformazione digitale interpretando le aziende come nuovi media. Le sue attività di insegnamento riguardano i linguaggi, la comunicazione e il digitale, qual è stato il suo percorso personale?

Quando ho finito il liceo classico mi sono iscritta alla facoltà di Filosofia pensando in realtà di fare, da grande, la giornalista. Poi, al secondo anno di studi, ho iniziato a frequentare  il corso di Semiotica, più per curiosità che per vero interesse: la semiotica non sapevo cosa fosse, ma lo teneva il famoso Umberto Eco. E il corso mi ha aperto un mondo cui fino ad allora non avevo fatto caso: i modi del ragionamento, gli effetti di discorso, i legami fra la filosofia antica e la contemporaneità. Capire gli effetti di senso dei linguaggi mi è sembrata la ricerca più bella del mondo. E così è iniziato il mio percorso semiotico, prima con la tesi di laurea con Umberto Eco, poi con la tesi di dottorato sempre con Eco. In questo percorso, non c’è mai stata distinzione di livelli (tra cultura alta e cultura pop) e di linguaggi. Per me lo straordinario della semiotica è avere un metodo per smontare e analizzare tutti i linguaggi e tutti i tipi di testo.

COVID-19 ha avuto un impatto globale senza precedenti, dalla salute pubblica alla politica, fino all’economia. Un caos che si è manifestato soprattutto a livello mediatico, nell’era dell’infodemia, nella quale è difficilissimo comprendere cosa è reale e cosa non lo è. Qual è il suo punto di vista? 

Credo che il Covid abbia portato alla massima manifestazione il regime di postverità che già caratterizzava il nostro panorama informativo. Preciso che per me ‘postverità’ non è sinonimo di fake news, né ‘infodemia’ significa produzione di false notizie. Ciò che accomuna postverità e infodemia è un regime di sovrapproduzione di informazioni, sovrapproduzione di verità, sulla scia di ondate emotive (la paura, nel caso del Covid) che oscurano la capacità di discriminare ragioni e torti, motivazioni e debolezze dei discorsi, contesti e circostanze. Producendo in tal modo un ampio spettro di confusione, quel che in termini informativi si chiama ‘rumore’: troppe voci sovrapposte non producono ricchezza informativa, producono rumore.”

Questa pandemia ci ha insegnato, quindi, quanto sia cruciale il ruolo dell’informazione, che, però, in assenza di un modello di business sostenibile, è sempre meno credibile, e la gente perde progressivamente fiducia nei media. Assenza di fact checking, parziale (o nessuna) verifica delle fonti ed effetto framing sono solo alcuni dei problemi, col digitale che mette a disposizione di chiunque strumenti che abilitano la produzione di narrazioni finte e la creazione di realtà parallele nelle quali i fatti e la verità hanno sempre meno valore. In che direzione stiamo andando, a suo modo di vedere?

“Io non credo sia una questione di modelli di business. Credo sia una questione di educazione civile e di responsabilità individuale: mia, sua, di ciascun membro della società. Ciascuno di noi dovrebbe sentirsi la responsabilità di verificare quel che legge, di accertarsi delle dichiarazioni che fa, di evitare insinuazioni che nel web possono diventare virali senza che neanche ce ne accorgiamo. Ma il punto è proprio questo: accorgersi delle dinamiche, essere coscienti del funzionamento dei media, sapere che ciascuno di noi vive dentro bolle informative che producono effetti di verità distorte. E questa consapevolezza può derivare solo da una buona educazione ai media. Probabilmente fino a che le scuole non la introdurranno nei loro programmi, noi al massimo continueremo ad avere qualche raro e parziale caso di fact-checking: una goccia nel mare, che non risolve nessun problema di sistema.”


fake news
Virtual14. Anna Maria Lorusso e la differenza sempre più flebile tra realtà e finzione.

In uno scenario di questo tipo, nel quale realtà e percezione non sempre vanno di pari passo, come cambia la formazione? Qual è il percorso formativo ideale per chi dovrà occuparsi di comunicazione e di informazione? Sembrano sempre più necessarie figure ibride, capaci di muoversi tra i saperi per maneggiare le nuove tecnologie con etica e trasparenza. Cosa ne pensa?  

“Io non credo che il problema della formazione sia a livello universitario o specialistico. Lì i percorsi che ci sono funzionano già abbastanza bene, a mio avviso. Il problema è precedente e sta nel riuscire a creare una comunità, una cittadinanza alfabetizzata, che sappia fruire con un minimo di criticità i mezzi che ha a disposizione.”

In che modo l’Università si modella in funzione della trasformazione digitale e del suo impatto sulle dinamiche comportamentali, relazionali, sociali e professionali? Come cambia l’insegnamento e come si evolve il suo ruolo? 

“Certamente in questo periodo di emergenza tutte le università sono state costrette a uno sforzo enorme di digitalizzazione con spostamento online di tutti i propri servizi, dalle lezioni agli esami alle lauree e ai ricevimenti. E devo dire che – per una volta – l’università si merita a mio avviso i complimenti, perché ha reagito bene e subito, senza interrompere alcun servizio. Assicuro che non era banale e ha richiesto uno sforzo enorme, a livello direttivo e a ogni singolo docente e amministrativo. Questo stato di eccezione non potrà essere la regola, e torneremo quanto prima in aula. Credo però che questa emergenza abbia funzionato da grande acceleratore di alcune sperimentazioni: non tutto funziona on line, ma alcune cose funzionano perfino meglio. Ovviamente si richiedono ai docenti competenze in più, un grande sforzo di ripensamento dei propri modelli comunicativi e didattici, ma i ripensamenti autocritici sono sempre una buona cosa. Per questo credo che, da questo punto di vista, questa accelerazione abbia fatto bene al sistema. Non temo, sinceramente, che tutti gli atenei si trasformino in università online; questi mi sembrano spettri apocalittici per poter rimpiangere i buoni vecchi tempi senza mettersi in discussione. Io ho imparato ad esempio che gli studenti online trovano il coraggio di dire cosa non hanno capito e fanno molte più domande. Di questa consapevolezza dovrò fare tesoro, e trovare il modo di darle spazio, nei corsi futuri che farò.”

Al giorno d’oggi, sempre più numerosi sono i docenti che promuovono le proprie attività didattiche e di ricerca sul web e sui social media. Crede che queste iniziative debbano dipendere dalla volontà del singolo oppure che le strutture universitarie debbano creare degli ecosistemi digitali che accolgano i propri professionisti in un’unica rete e con un’unica strategia?

Non credo molto alle strategie unificate, dall’alto. I social media sono per definizione strumenti dal basso e così devono essere usati, altrimenti esprimono un’ingessatura che non li rende credibili. Certo, i docenti che sul web e sui social media si muovono devono essere consapevoli di rappresentare una istituzione, di esprimersi non come singoli individui fra amici ma come soggetti definiti da un ruolo, ma non è diverso da quando si va in aula.

Brand Journalism e Brand Entertainment. Le aziende si stanno trasformando in veri e propri media, organizzandosi come delle redazioni. Media House e nuovi ecosistemi digitali strutturati sulle dinamiche dell’informazione, sfruttando la tecnologia per produrre e diffondere contenuti in format di vario tipo, per intrattenere e intercettare i propri target. Qual è il suo parere, in tal senso? Qual è il ruolo dei media tradizionali, in questa nuova direzione? Crede che le aziende possano avere un ruolo informativo, mantenendo intatta trasparenza ed etica?

Sì, credo che sempre più le aziende avranno anche un ruolo informativo. Credo, cioè, che le fonti di informazione si moltiplicheranno sempre di più e includeranno sempre di più le aziende. Non vedo in questo niente di inappropriato: siamo tutti soggetti sociali – anche le aziende – chiamati a parlare alla società di cui siamo parte. Siamo tutti soggetti di parola, produttori di discorsi, e la società in cui viviamo è sempre più liquida; le distinzioni sono sempre meno nette. Certo, questa complessificazione del panorama informativo richiederà sempre più strumenti, e torno al tema precedente: è sempre più urgente una educazione ai media, perché il nostro essere cittadini ormai passa e passerà sempre di più dal nostro essere soggetti, autori e ricettori, prosumer, di informazioni.”

Ringraziamo Anna Maria Lorusso per il suo prezioso contributo. Analizzeremo presto l’ecosistema digitale e la strategia comunicativa di Alma Mater Bologna

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